
Finlandia svela la città antica nascosta dell’Amazzonia: il LiDAR rivela oltre 400 strutture sepolte dalla foresta
Per secoli l’Amazzonia è stata descritta come una distesa di foresta primordiale quasi incontaminata, abitata soltanto da piccoli gruppi umani dispersi lungo i grandi corsi d’acqua. Oggi, però, una ricerca internazionale pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature ribalta in modo radicale questa visione storica.
Grazie all’impiego della tecnologia LiDAR, un gruppo di ricercatori guidati anche dall’Università di Helsinki ha individuato oltre 400 strutture monumentali sconosciute, nascoste sotto la fitta vegetazione del sud-ovest amazzonico. Il risultato non rappresenta soltanto una scoperta archeologica di enorme valore, ma apre una nuova prospettiva sulla storia delle antiche civiltà sudamericane, suggerendo l’esistenza di una società capace di modellare il territorio su una scala ritenuta finora impensabile.
La ricerca dimostra infatti che quella che oggi appare come una foresta selvaggia conserva ancora le tracce di un paesaggio profondamente trasformato dall’uomo oltre 2.600 anni fa, mettendo in discussione uno dei paradigmi più consolidati dell’archeologia amazzonica.
Come ha fatto il LiDAR a vedere sotto la foresta amazzonica?
Il cuore della scoperta risiede nella tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging), un sofisticato sistema di telerilevamento che utilizza impulsi laser emessi da un velivolo per misurare con estrema precisione la superficie terrestre. Una parte dei raggi attraversa gli spazi tra foglie e rami, raggiunge il terreno e torna al sensore, consentendo ai ricercatori di eliminare digitalmente la vegetazione e ricostruire la morfologia nascosta del suolo.

I voli hanno interessato circa 4.500 chilometri quadrati del settore sud-occidentale dell’Amazzonia, mediante lunghe strisce di rilevamento larghe circa un chilometro e distanziate tra loro di circa dieci chilometri. Sebbene l’area analizzata rappresenti solo una piccola porzione dell’intero territorio studiato, i risultati sono stati sorprendenti: sotto la copertura vegetale sono emerse oltre 400 nuove strutture geometriche, molte delle quali perfettamente conservate e completamente invisibili da terra.
Le immagini digitali mostrano un articolato sistema composto da quadrati, rettangoli, cerchi, fossati, terrapieni e lunghe strade rettilinee, testimonianza evidente di una pianificazione territoriale estremamente avanzata.
Chi erano gli Aquiry e perché questa scoperta cambia la storia dell’Amazzonia?
Secondo gli archeologi, queste opere appartengono alla cosiddetta civiltà Aquiry, una vasta rete multiculturale che occupò circa 183.000 chilometri quadrati tra il 600 a.C. e l’850 d.C.. Più che un regno centralizzato, gli studiosi descrivono una costellazione di comunità autonome ma strettamente collegate, unite da una cultura condivisa, da infrastrutture comuni e probabilmente anche da relazioni politiche e commerciali.
A differenza delle grandi civiltà andine, gli Aquiry non disponevano di abbondanti risorse lapidee. Per questo motivo costruirono monumenti utilizzando prevalentemente la terra, realizzando enormi opere di ingegneria paesaggistica che, nel corso dei secoli, furono completamente inglobate dalla vegetazione tropicale. L’assenza di edifici in pietra aveva alimentato l’idea che nella regione non fossero mai esistite società particolarmente complesse. Le nuove evidenze raccontano invece una realtà molto diversa.
Qual è il sito archeologico più sorprendente individuato dai ricercatori?
Tra tutte le strutture emerse dalle scansioni laser, una delle più spettacolari è stata denominata D. Schaan. Il complesso presenta un enorme recinto rettangolare centrale circondato da diversi spazi quadrati collegati tra loro attraverso ampie vie perfettamente rettilinee.
Secondo Martti Pärssinen, professore emerito dell’Università di Helsinki e tra gli autori dello studio, il sito rappresenta una configurazione architettonica senza precedenti nella regione amazzonica. Lo studioso ha descritto la scoperta come uno dei momenti più sorprendenti della propria carriera, sottolineando quanto sia stato straordinario osservare un paesaggio così elaborato celato sotto il fitto manto della foresta tropicale.
Gli archeologi ritengono che questi grandi complessi potessero funzionare come centri cerimoniali, politici e sociali, luoghi nei quali comunitĂ differenti si riunivano per organizzare celebrazioni collettive, banchetti, competizioni rituali, danze e decisioni condivise.

Quante cittĂ potrebbero essere ancora nascoste sotto la vegetazione?
Uno degli aspetti più impressionanti dello studio riguarda l’elaborazione statistica dei dati raccolti. Poiché le scansioni hanno interessato soltanto una parte limitata dell’antico territorio Aquiry, i ricercatori hanno applicato modelli matematici per stimare il numero complessivo delle strutture ancora occultate dalla foresta.
Le proiezioni indicano che potrebbero esistere oltre 20.000 grandi opere di terra distribuite nell’intera regione. Se tale stima fosse confermata dalle future campagne di rilevamento, ci troveremmo di fronte a uno dei più vasti paesaggi archeologici mai documentati al mondo.
Questa ricostruzione porta inevitabilmente anche a rivedere le stime demografiche. Durante il proprio periodo di massimo sviluppo, compreso tra il 100 e il 300 d.C., la civiltà Aquiry potrebbe aver ospitato tra 1,25 e 3 milioni di abitanti, numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati incompatibili con l’ambiente amazzonico.
In che modo questa civiltà trasformò l’ecosistema amazzonico?
Le nuove evidenze pubblicate su Nature raccontano anche una storia ambientale molto diversa rispetto all’immagine tradizionale di una foresta rimasta immutata nei millenni. Gli Aquiry modificarono profondamente il paesaggio, eliminando vaste aree dominate dal bambù per destinare il terreno alla coltivazione di mais, manioca e zucca, costruendo reti viarie e favorendo intenzionalmente la diffusione di specie vegetali considerate particolarmente utili, come il castagno del Brasile e la palma da pesca.
Queste pratiche dimostrano che la foresta amazzonica moderna è il risultato di un lungo rapporto tra natura e attività umana. Molti ecosistemi oggi considerati “naturali” potrebbero in realtà essere il prodotto di secoli di gestione da parte di popolazioni ormai scomparse.
Lo studio contribuisce così a ridefinire il concetto stesso di Amazzonia incontaminata. La foresta non appare più come un ambiente rimasto estraneo all’intervento umano, ma come un territorio che conserva ancora oggi l’impronta ecologica di antiche società altamente organizzate, la cui memoria era stata progressivamente cancellata dalla vegetazione e dal tempo.