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Una pistola al plasma potrebbe cambiare il modo di lavare i vestiti su Marte

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Come funziona la pistola al plasma pensata per le missioni spaziali?

Portare una lavatrice nello spazio sembra, a prima vista, un problema secondario rispetto a carburante, ossigeno, energia e sistemi di sopravvivenza. In realtà, quando si immagina una missione umana verso Marte, anche la gestione della biancheria diventa una questione ingegneristica tutt’altro che marginale. Acqua, detergenti, energia, spazio di stoccaggio e gestione dei rifiuti hanno un peso concreto nel bilancio complessivo di una missione che potrebbe durare mesi. È proprio da questa esigenza apparentemente quotidiana che nasce una delle soluzioni più curiose allo studio negli Stati Uniti: una piccola pistola al plasma progettata per disinfettare i tessuti senza ricorrere a una lavatrice tradizionale, senza detersivo e soprattutto senza consumare grandi quantità di acqua.

La tecnologia è stata sviluppata da ricercatori della University of Alabama in Huntsville (UAH) in collaborazione con il Marshall Space Flight Center della NASA, con l’obiettivo di trovare sistemi più efficienti per il controllo della contaminazione microbiologica negli ambienti spaziali. Il dispositivo, chiamato dai suoi ideatori laundry gun, utilizza un getto di plasma freddo indirizzato direttamente sulla superficie dei tessuti. Il prototipo attuale ha dimensioni paragonabili a quelle di un pennarello o di un grosso penna e può trattare una superficie molto piccola alla volta, circa un centimetro quadrato di tessuto. Le prime prove hanno tuttavia mostrato un risultato interessante: il trattamento è riuscito a ridurre di oltre il 75% le colonie di spore presenti su un campione di materiale.

Il termine plasma potrebbe far pensare immediatamente a temperature elevatissime e a un processo incompatibile con una normale stoffa. In questo caso, però, la situazione è molto diversa. Il sistema genera infatti plasma freddo, la cui temperatura rimane vicina a quella dell’ambiente, permettendo di applicarlo sui tessuti senza sottoporli al calore tipico di altri processi di sterilizzazione. È proprio questa caratteristica a rendere la tecnologia potenzialmente interessante per l’uso su abiti, biancheria, superfici morbide e altri materiali che non potrebbero essere trattati facilmente con metodi termici.

Perché il plasma può eliminare i microrganismi senza acqua?

Il principio alla base della tecnologia è legato alle reazioni che avvengono quando gli elettroni energetici del plasma entrano in collisione con le molecole presenti nell’aria, in particolare quelle di ossigeno e del vapore acqueo. Da queste interazioni possono formarsi diverse specie reattive dell’ossigeno, tra cui ozono e radicali OH, sostanze altamente reattive in grado di danneggiare le strutture cellulari dei microrganismi.

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La pistola al plasma sviluppata dai ricercatori della UAH con il Marshall Space Flight Center della NASA utilizza plasma freddo per ridurre la presenza di microrganismi sui tessuti, con possibili applicazioni nelle future missioni spaziali.

Il meccanismo interessa soprattutto le membrane lipidiche dei batteri: le specie ossidanti possono alterarne la struttura fino a comprometterne la funzionalità e provocare la morte cellulare. La caratteristica più interessante, soprattutto pensando allo spazio, è che gli agenti utilizzati nel trattamento possono essere generati a partire da elementi già disponibili nell’ambiente, come aria e vapore acqueo, senza dover trasportare continuamente prodotti chimici destinati alla disinfezione.

È importante, però, distinguere nettamente disinfezione e lavaggio. La pistola al plasma non è una lavatrice in miniatura e non è progettata, almeno allo stato attuale, per eliminare lo sporco visibile dai vestiti. Caffè, erba, residui di cibo e macchie continueranno a essere presenti. La funzione principale è invece quella di ridurre la presenza di batteri e altri contaminanti biologici sui materiali trattati. Come ha spiegato Gabe Xu, professore di ingegneria meccanica e aerospaziale della UAH, l’obiettivo è intervenire sulla componente microbiologica, non trasformare un capo sporco in un capo appena lavato.

Perché lavare i vestiti diventa un problema durante un viaggio su Marte?

Sulla Terra siamo abituati a considerare il bucato come un’attività ordinaria, sostenuta da una disponibilità relativamente semplice di acqua ed energia. In una navicella spaziale, la stessa operazione assume tutt’altra dimensione. Ogni litro d’acqua trasportato nello spazio ha un costo, sia in termini di massa da lanciare sia di risorse necessarie per mantenerlo, recuperarlo e utilizzarlo. Per questo gli astronauti possono indossare lo stesso capo per periodi molto più lunghi rispetto alla vita quotidiana sulla Terra.

In missioni brevi, gli indumenti utilizzati possono essere conservati, imballati e successivamente riportati sulla Terra oppure destinati allo smaltimento. Una spedizione verso Marte, però, cambierebbe radicalmente le proporzioni del problema. Un viaggio interplanetario potrebbe richiedere mesi, mentre il soggiorno e le operazioni sulla superficie marziana aumenterebbero ulteriormente la quantità di materiali necessari. Portare grandi quantità di vestiti di ricambio avrebbe un impatto diretto sulla massa complessiva della missione e, di conseguenza, sui costi e sulla complessità logistica.

Una tecnologia capace di ridurre la carica microbica senza consumare grandi quantità d’acqua potrebbe quindi diventare un tassello di un sistema più ampio per la gestione delle risorse. Non si tratterebbe soltanto di migliorare il comfort degli astronauti, ma di diminuire il volume dei rifornimenti e la quantità di rifiuti prodotti durante una missione di lunga durata.

La pistola al plasma potrebbe servire anche oltre i vestiti?

L’interesse degli scienziati non si limita alla biancheria. In un habitat spaziale chiuso, infatti, il controllo dei microrganismi rappresenta una questione importante perché batteri e contaminanti possono accumularsi su superfici, tessuti e attrezzature in un ambiente nel quale le persone vivono per lunghi periodi senza la possibilità di ricorrere alle normali procedure di pulizia terrestri.

La stessa tecnologia potrebbe quindi essere utilizzata per trattare biancheria da letto, tessuti, superfici morbide, strumenti e tute spaziali. Quest’ultima applicazione assume un significato particolare anche in relazione alla cosiddetta protezione planetaria, cioè l’insieme delle procedure destinate a evitare che microrganismi terrestri vengano accidentalmente trasportati su altri corpi celesti.

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Una tecnologia pensata per affrontare un problema sorprendentemente concreto delle missioni umane su Marte: mantenere disinfettati vestiti e materiali morbidi riducendo il consumo di acqua e la massa dei rifornimenti.

Il concetto potrebbe inoltre trovare applicazioni in altri sistemi indispensabili alla permanenza umana nello spazio. I ricercatori stanno studiando l’impiego del plasma anche per purificazione dell’acqua, trattamento dei rifiuti, agricoltura spaziale e gestione dell’aria. Si tratta tuttavia di ambiti ancora in fase di sviluppo e non di tecnologie già pronte per essere utilizzate su una missione marziana.

Quando potrebbe diventare una vera alternativa alla lavatrice?

Prima che la laundry gun possa entrare realmente nell’equipaggiamento di una missione spaziale, restano diversi ostacoli da superare. Il prototipo attuale tratta una superficie molto limitata e dovrà essere trasformato in un dispositivo manuale capace di coprire aree decisamente più ampie in tempi compatibili con l’uso quotidiano. Un altro aspetto fondamentale riguarda la gestione dell’ozono prodotto durante il trattamento: il gas dovrà essere controllato e rimosso in modo sicuro, soprattutto all’interno di un habitat pressurizzato dove la qualità dell’aria è una componente essenziale della sicurezza degli astronauti.

La sfida, quindi, non consiste semplicemente nel costruire una pistola più grande. Occorrerà verificare l’efficacia su differenti materiali, valutare gli effetti a lungo termine sui tessuti, definire i consumi energetici e comprendere come integrare il dispositivo nei sistemi di supporto vitale di una futura missione. Se questi problemi potranno essere risolti, il plasma potrebbe trasformarsi da curiosità tecnologica in uno strumento concreto per ridurre la massa dei rifornimenti necessari nello spazio.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della ricerca: dietro una piccola pistola capace di disinfettare un centimetro quadrato di tessuto si nasconde una questione molto più grande. Su Marte non si potrà semplicemente portare con sé tutto ciò che sulla Terra diamo per scontato. Ogni risorsa dovrà essere utilizzata più volte, ogni grammo dovrà essere giustificato e persino il bucato dovrà essere ripensato. La futura esplorazione umana dello spazio potrebbe passare anche da soluzioni apparentemente semplici, capaci di trasformare un problema quotidiano in una sfida tecnologica da affrontare milioni di chilometri dalla Terra.