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A 89 anni cura un giardino da 20 anni: il Comune dice basta

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A 89 anni ha trasformato per 20 anni uno spazio davanti casa in un’oasi verde. Ora il Comune le ordina di rimuovere piante e panchina. Ma il quartiere decide di sostenerla. 🌿❤️

katharine hoskyns giardino comune

Perché il giardino di una nonna di 89 anni è diventato un caso cittadino?

Per oltre vent’anni Katharine Hoskyns aveva trasformato un piccolo spazio davanti alla propria abitazione, nel quartiere di St John’s Wood, nel nord-ovest di Londra, in qualcosa di molto più significativo di una semplice aiuola privata. Oggi, però, quella che per la donna era diventata una vera e propria oasi verde di quartiere è al centro di una controversia con il Comune di Westminster, che le ha ordinato di rimuovere piante e panchina dopo aver ricevuto segnalazioni da alcuni residenti. Una vicenda apparentemente marginale, ma che in poco tempo ha assunto una dimensione più ampia, perché mette a confronto due esigenze difficili da conciliare: da una parte il rispetto delle regole e della sicurezza degli spazi pubblici, dall’altra il valore sociale di un luogo costruito lentamente da una persona anziana e diventato, nel corso degli anni, un punto di incontro per la comunità.

Hoskyns, 89 anni e insegnante in pensione, aveva iniziato a occuparsi di quello spazio dopo una trasformazione che aveva cambiato radicalmente l’aspetto della zona. Dove un tempo c’era un’area verde, erano stati installati dei parcheggi. Per la donna, abituata a vivere accanto a quello spazio e a considerarlo parte integrante dell’ambiente circostante, la nuova situazione rappresentava una perdita difficile da accettare. Invece di limitarsi a lamentarsi, aveva scelto di intervenire direttamente, riportando un po’ di verde davanti alla propria casa attraverso vasi di pomodori, gerani, erbe aromatiche e altre piante, fino ad aggiungere una panchina che nel tempo è diventata parte integrante dell’ambiente.

Come è nato il piccolo spazio verde di Katharine Hoskyns?

La storia raccontata dalla pensionata al Daily Mail nasce proprio dal desiderio di reagire a un cambiamento che non aveva scelto. «Avevo delle macchine parcheggiate fuori casa, dove prima avevo un bello spazio. Ho deciso che invece di essere infelice per questo, avrei reso di nuovo piacevole quello spazio», ha spiegato. Una scelta semplice, ma che nel corso degli anni ha prodotto un risultato molto più grande delle aspettative iniziali.

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A 89 anni, Katharine Hoskyns continua a difendere il piccolo giardino che ha curato per oltre 20 anni, diventato nel tempo un punto di incontro per il quartiere.

Il giardino, infatti, non sarebbe rimasto soltanto un elemento decorativo. Secondo Hoskyns, occuparsi quotidianamente delle piante le permetteva di mantenere un rapporto diretto con le persone che passavano davanti alla sua abitazione. «Mi piace perché posso andare in giro a lavorare i miei vasi e la gente si avvicina e chiacchiera con me», ha raccontato, descrivendo quell’attività come un momento piacevole e sociale. La panchina e le piante avevano quindi assunto anche una funzione comunitaria, trasformando uno spazio originariamente destinato alle automobili in un luogo capace di favorire conversazioni e relazioni tra vicini.

È proprio questo aspetto a rendere la vicenda particolarmente delicata. Non si tratta soltanto di decidere se una serie di vasi possa occupare legalmente uno spazio pubblico: dietro la disputa c’è infatti una diversa interpretazione dello stesso luogo. Per Hoskyns rappresenta un giardino costruito con vent’anni di lavoro e un punto di socializzazione; per l’amministrazione, invece, deve essere valutato anche sulla base delle norme relative alla sicurezza e all’utilizzo dello spazio.

Perché il Comune di Westminster ha chiesto di rimuovere piante e panchina?

Il conflitto è arrivato a un nuovo livello il mese scorso, quando il Consiglio comunale di Westminster ha inviato alla donna una diffida formale chiedendole di rimuovere sia le piante sia la panchina. Nella comunicazione, l’amministrazione ha fatto riferimento a una serie di lamentele presentate dai residenti e ha sostenuto di essere arrivata all’avvio del procedimento dopo avere cercato, nel corso degli anni, di risolvere la questione attraverso contatti informali.

Il Comune ha inoltre spiegato di avere agito «a malincuore», sostenendo che i tentativi di trovare una soluzione senza ricorrere a un procedimento formale non avrebbero prodotto un risultato definitivo. La questione, dunque, non sarebbe nata improvvisamente, ma sarebbe il punto di arrivo di una disputa protrattasi nel tempo.

Tra le motivazioni indicate dall’amministrazione compare soprattutto il tema della sicurezza. I vasi, secondo il Comune, potrebbero potenzialmente cadere e provocare lesioni, mentre la panchina sarebbe stata considerata non sufficientemente sicura dal punto di vista strutturale. Sono valutazioni che Hoskyns contesta apertamente, sostenendo che lo spazio rimasto libero sia sufficiente anche per il passaggio di una sedia a rotelle e negando che la panchina abbia rappresentato il teatro di episodi di comportamento antisociale.

C’è davvero un problema con i comportamenti dei residenti?

È proprio su questo punto che le versioni sembrano divergere maggiormente. Hoskyns sostiene che l’opposizione al suo giardino provenga essenzialmente da una sola persona, mentre il Comune parla di una serie di segnalazioni ricevute dai residenti. La donna ha raccontato di essere rimasta profondamente turbata quando ha ricevuto la lettera, soprattutto perché non riconosce nello spazio da lei curato le criticità descritte dall’amministrazione.

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Piante, fiori e una panchina hanno trasformato uno spazio davanti a casa in una piccola oasi verde, ma ora il Comune ne chiede la rimozione.

La pensionata ha respinto in particolare l’idea che sulla panchina si siano verificati episodi di inciviltà, definendo infondata questa ricostruzione. Naturalmente, il contrasto tra le due posizioni rende difficile stabilire dall’esterno quale sia stata l’effettiva portata delle segnalazioni, ma il caso mostra quanto possa diventare complesso il rapporto tra spazi pubblici, iniziative individuali e regolamenti locali quando un intervento nato spontaneamente finisce per coinvolgere un’intera comunità.

Perché la famiglia ha deciso di trasformare la disputa in una battaglia collettiva?

Hoskyns non ha intenzione di arrendersi e ha deciso di contestare il provvedimento con l’aiuto della propria famiglia. Nel frattempo è stata lanciata anche una petizione per chiedere che le piante e la panchina possano rimanere, raccogliendo circa 190 firme, ottenute non attraverso una semplice raccolta online, ma con il tradizionale metodo porta a porta.

Anche questo dettaglio racconta qualcosa di importante sulla natura della vicenda. I sostenitori della donna si sono infatti mobilitati direttamente nel quartiere, offrendo il proprio tempo e contribuendo alla raccolta delle firme. Per Hoskyns, il significato dell’iniziativa va ormai oltre il suo rapporto personale con quel piccolo giardino: «Non sono più solo io, ora tantissime persone sono coinvolte e danno una mano in questa lotta», ha spiegato.

Il caso, così, si è trasformato da una controversia tra una residente e l’amministrazione locale in una discussione sul valore degli spazi condivisi e sul modo in cui una comunità decide cosa merita di essere preservato. Da una parte rimane l’esigenza legittima di garantire sicurezza, accessibilità e rispetto delle regole; dall’altra emerge il rischio che un intervento nato spontaneamente per migliorare un ambiente possa essere valutato esclusivamente attraverso la lente burocratica, senza considerare il valore sociale costruito nel tempo.

Per ora la disputa non è chiusa. Il Comune potrebbe tornare a contattare Hoskyns e la sua famiglia, mentre la raccolta di firme continua a rappresentare il principale segnale del sostegno ricevuto dalla pensionata. Dopo due decenni di cura quotidiana, quel piccolo giardino è diventato molto più di una collezione di vasi: è diventato il simbolo di una scelta personale che, con il passare degli anni, ha finito per coinvolgere un intero vicinato.