
Italiani, la spesa costa di più ma le famiglie comprano meno: cosa è cambiato
Il carrello della spesa racconta una trasformazione profonda delle abitudini degli italiani. Negli ultimi anni, tra inflazione, rincari energetici e aumento del costo delle materie prime, le famiglie si sono trovate a destinare una quota crescente del proprio bilancio agli acquisti quotidiani, senza per questo riuscire a mantenere lo stesso livello di consumi. I dati elaborati dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sulla base delle rilevazioni Istat mostrano una realtà che va oltre il semplice aumento dei prezzi: tra il 2019 e il 2025, la spesa reale delle famiglie italiane per i consumi è diminuita dell’8,7%, con una perdita di potere d’acquisto equivalente a circa 224 euro al mese per nucleo familiare. Una contrazione significativa, che aiuta a comprendere perché molte persone siano oggi più attente alle offerte, rinuncino ad alcuni acquisti e rivedano le proprie priorità .
Perché gli italiani spendono di più ma acquistano meno?
A prima vista, i dati sulla spesa delle famiglie potrebbero suggerire una crescita dei consumi. La spesa media mensile è infatti passata dai 2.560 euro del 2019 ai 2.782 euro del 2025, con un incremento nominale di circa 222 euro. Questo aumento, tuttavia, non significa che gli italiani abbiano più risorse da destinare agli acquisti o che il loro tenore di vita sia migliorato. Per comprendere la portata del fenomeno è necessario distinguere tra spesa nominale e spesa reale: la prima indica quanto denaro viene effettivamente pagato, mentre la seconda tiene conto dell’inflazione e permette di valutare la quantità di beni e servizi che una famiglia può permettersi. Quando i prezzi crescono più rapidamente delle risorse disponibili, spendere di più non equivale necessariamente a consumare di più. È proprio questa la contraddizione che emerge dal confronto tra il periodo precedente alla pandemia e il 2025.
L’emergenza sanitaria, la guerra in Ucraina e la crisi energetica hanno contribuito ad alimentare una lunga fase di rincari che ha coinvolto numerosi comparti dell’economia. Alimentari, energia, trasporti e servizi hanno registrato aumenti che hanno progressivamente modificato gli equilibri dei bilanci domestici. Anche quando le emergenze più acute si sono attenuate, molti prezzi non sono tornati ai livelli precedenti, lasciando sulle famiglie un peso economico persistente. Il risultato è una maggiore difficoltà nel conciliare le spese essenziali con quelle legate al tempo libero, alla cura personale e alla qualità della vita. Per molte persone, quindi, la riduzione dei consumi non rappresenta necessariamente una scelta volontaria, ma una strategia di adattamento a un costo della vita diventato più difficile da sostenere.

In quali regioni italiane la spesa delle famiglie è diminuita maggiormente?
La perdita di capacità di spesa non si distribuisce in modo uniforme sul territorio nazionale. Secondo le elaborazioni del Crc, la Puglia registra la contrazione più marcata della spesa reale tra il 2019 e il 2025, pari al 18,7%. Seguono la provincia autonoma di Bolzano, con una diminuzione del 17,2%, e la Calabria, dove il calo raggiunge il 14,9%. Questi dati evidenziano come l’impatto dei rincari possa assumere dimensioni differenti a seconda del contesto territoriale e dell’andamento dei prezzi. Nel caso di Bolzano, il Crc richiama in particolare il peso dell’elevata inflazione registrata negli ultimi anni.
Il quadro presenta, però, anche situazioni in controtendenza. In Umbria la spesa reale delle famiglie è aumentata del 9,9%, mentre nelle Marche la crescita raggiunge il 9%. Risultati positivi emergono anche nella provincia autonoma di Trento, con un incremento dell’8,2%, e in Abruzzo, dove l’aumento si attesta al 6,1%. La distanza tra le regioni mostra che l’andamento nazionale non descrive in maniera completa le condizioni economiche delle singole famiglie. Per interpretare correttamente queste differenze occorrerebbe considerare anche redditi, composizione dei nuclei, struttura dei consumi e andamento locale dei prezzi: la variazione della spesa, da sola, non permette di stabilire se una famiglia stia necessariamente meglio o peggio.
Quali acquisti stanno sacrificando le famiglie italiane?
Le conseguenze dei rincari si riflettono nelle decisioni quotidiane. Il presidente del comitato scientifico del Crc, Furio Truzzi, richiama i dati Istat secondo cui, nell’ultimo anno considerato, una famiglia su tre ha ridotto la spesa per cibi e bevande. La contrazione riguarda anche altri settori: il 44% delle famiglie ha diminuito gli acquisti di abbigliamento, il 38,2% ha tagliato le spese per la cura della persona e il 25,4% ha ridotto quelle sanitarie. Inoltre, il 45% dei nuclei ha modificato le proprie abitudini di viaggio. Sono segnali che suggeriscono un cambiamento più ampio del rapporto con i consumi, nel quale la necessità di contenere il bilancio può portare a rinviare acquisti, scegliere alternative meno costose o rinunciare a esperienze considerate meno urgenti.
Il dato relativo alla sanità merita particolare attenzione, perché le rinunce in questo ambito possono riguardare esigenze diverse e non necessariamente equivalenti. Le statistiche citate non specificano quali prestazioni o acquisti siano stati ridotti, ma mostrano comunque quanto sia importante distinguere tra risparmio su spese discrezionali e contenimento dei costi legati a bisogni essenziali. Quando le famiglie devono intervenire contemporaneamente su alimentazione, abbigliamento, cura personale e viaggi, la pressione sul bilancio domestico rischia di trasformarsi in una revisione complessiva delle abitudini di vita, con conseguenze che vanno oltre il valore monetario degli acquisti.
Perché la spesa alimentare è aumentata così tanto in dieci anni?
Un’analisi del Codacons, basata sui dati Istat relativi al periodo 2015-2025, mostra come la spesa alimentare sia diventata una voce sempre più pesante nei bilanci familiari. L’esborso medio mensile per alimenti e bevande analcoliche è passato da 441 euro nel 2015 a 552 euro nel 2025. La differenza equivale a 111 euro al mese e a 1.332 euro in più all’anno per famiglia, secondo il calcolo aritmetico basato sui valori riportati. Nel complesso, la spesa per questo comparto risulta cresciuta di circa il 25%.
L’aumento più spettacolare riguarda i piatti pronti e le preparazioni alimentari, per i quali la spesa registrata è cresciuta del 254%, con un incremento di 307 euro annui per nucleo. Anche caffè e cacao segnano una crescita rilevante, pari al 67%, equivalente a 99 euro in più all’anno. Per oli e grassi l’incremento si avvicina al 38%, con 65 euro aggiuntivi, mentre la spesa per carni e verdure aumenta di quasi il 20%. Seguono zucchero e dolciumi, con un incremento del 21%, latte, uova e formaggi, con il 17%, e pane, con il 14%.
Queste variazioni non dimostrano, però, che gli italiani acquistino oggi quantità maggiori di tutti questi prodotti. Il Codacons sottolinea che l’aumento della spesa alimentare riflette anche i rincari che hanno colpito le materie prime e i prodotti al dettaglio. Le tensioni sui mercati internazionali, gli effetti degli eventi climatici sulle produzioni agricole, la guerra in Ucraina e i maggiori costi energetici hanno contribuito a far salire i prezzi di numerosi alimenti. Per interpretare correttamente i dati è dunque fondamentale non confondere il valore economico degli acquisti con il volume effettivo dei prodotti comprati.

Perché diminuiscono le spese per cultura e abbigliamento?
Se gli alimentari assorbono una quota crescente del bilancio, altre categorie registrano un andamento molto più debole. Secondo il Codacons, tra il 2015 e il 2025 la spesa non alimentare è aumentata complessivamente dell’8,4%, ma alcune voci hanno subito una contrazione. La spesa per ricreazione, spettacoli e cultura è diminuita del 16,7%, corrispondente a 253 euro annui in meno per famiglia. Per abbigliamento e calzature il calo è del 9%, pari a 125 euro all’anno, mentre tabacchi e bevande alcoliche registrano una riduzione del 4,1%, equivalente a circa 22 euro annui.
Anche in questo caso, una diminuzione della spesa non chiarisce automaticamente se le famiglie abbiano comprato meno prodotti, scelto alternative economiche o modificato le proprie preferenze. Il dato, tuttavia, è coerente con un contesto nel quale le spese considerate rinviabili possono diventare uno dei primi ambiti su cui intervenire quando il costo dei beni essenziali aumenta. Cultura, intrattenimento e abbigliamento finiscono così per competere con necessità più difficili da evitare, come alimentazione, utenze domestiche e trasporti.
Quanto pesano casa, trasporti, ristoranti e alberghi sui bilanci domestici?
Tra le voci che hanno registrato aumenti importanti figurano anche i costi legati all’abitazione. Per casa, acqua, elettricità , gas e altri combustibili la spesa familiare risulta cresciuta di circa l’11% nell’arco di dieci anni, con un incremento annuo indicato dal Codacons in 1.180 euro. I trasporti segnano un aumento del 10,7%, equivalente a 341 euro annui in più. Si tratta di spese che possono lasciare margini limitati di risparmio, soprattutto per chi deve sostenere costi fissi per la casa e spostarsi quotidianamente per lavorare o studiare.
L’incremento più consistente tra le categorie citate riguarda però i servizi ricettivi e di ristorazione: la spesa è aumentata del 33,7% rispetto a dieci anni fa, con un esborso aggiuntivo di 495 euro all’anno per famiglia. Secondo il Codacons, il dato non deve essere interpretato automaticamente come il segnale di una maggiore propensione a viaggiare o a frequentare ristoranti. Il comparto turistico ha infatti risentito della pandemia, del caro-bollette e dell’aumento dei costi operativi, fattori che si sono riflessi sui prezzi finali.
Nel loro insieme, questi numeri descrivono un cambiamento significativo: il bilancio familiare deve assorbire costi più elevati proprio nelle categorie che incidono maggiormente sulla vita quotidiana, mentre lo spazio disponibile per cultura, abbigliamento e altri consumi si restringe. La questione centrale non è soltanto quanto spendono gli italiani, ma quale quantità di beni e servizi riescono ancora a ottenere con il proprio reddito. È da questa differenza che passa la comprensione del potere d’acquisto e delle difficoltà che molte famiglie continuano ad affrontare.