
MySpace vuole tornare: la vecchia anima di Internet sfida l’era di TikTok
Per molti il nome MySpace appartiene a un’epoca quasi archeologica del web. Eppure basta pronunciarlo per riaccendere il ricordo di una Internet profondamente diversa da quella che conosciamo oggi: meno dominata dagli algoritmi, più personale, imperfetta e sorprendentemente creativa. Prima che i social diventassero soprattutto macchine capaci di selezionare cosa mostrarci, esistevano pagine che gli utenti costruivano intorno a se stessi, scegliendo colori, fotografie, musica, amici e messaggi.
MySpace era esattamente questo: non soltanto un social network, ma una sorta di carta d’identità digitale personalizzabile, nella quale l’utente aveva ancora la sensazione di essere il protagonista. Ora, quasi vent’anni dopo il suo periodo di massimo splendore, quella vecchia identità potrebbe tornare. E la domanda non è soltanto se MySpace riuscirà a rinascere, ma se esista ancora spazio per una piattaforma nata quando Internet aveva regole completamente diverse.
Perché MySpace sta pensando davvero a un nuovo rilancio?
L’ipotesi di un ritorno non nasce da una campagna nostalgica organizzata dagli utenti né da una voce anonima circolata sui social. A parlare del futuro di MySpace sono Tim e Chris Vanderhook, i fratelli legati a Viant, la società che controlla il marchio. Nel documentario dedicato alla storia della piattaforma, come riportato da People, il messaggio è sorprendentemente diretto: MySpace appartiene ancora a loro e l’intenzione è rilanciarlo, anche se il momento giusto non sarebbe ancora arrivato. È una dichiarazione che cambia il significato stesso della nostalgia: non si tratta soltanto di ricordare ciò che MySpace è stato, ma della possibilità concreta di trasformare quel patrimonio in un nuovo prodotto digitale.

La questione del “momento giusto”, tuttavia, è tutt’altro che secondaria. Riproporre oggi un vecchio marchio non significa semplicemente riaccendere un sito. Significa capire quale bisogno potrebbe soddisfare in un ecosistema dominato da TikTok, Instagram, YouTube e piattaforme costruite intorno alla raccomandazione algoritmica. Il vero progetto, quindi, non sarebbe riportare indietro il passato, ma provare a recuperare alcuni elementi di quella Internet e adattarli a un pubblico che nel frattempo ha imparato a vivere online in modo completamente diverso.
Che cosa aveva reso MySpace così importante?
Lanciato nel 2003, prima dell’esplosione globale di Facebook, MySpace divenne rapidamente uno dei simboli della prima grande stagione dei social network. La sua forza era legata soprattutto alla libertà concessa agli utenti. I profili potevano essere modificati, decorati e personalizzati; la musica poteva diventare parte integrante della propria identità; gli amici erano visibili e i commenti trasformavano la pagina personale in uno spazio pubblico nel quale raccontarsi.
Questa caratteristica rese MySpace particolarmente importante anche per la musica e le comunità creative. Artisti emergenti, band indipendenti e musicisti potevano costruire un pubblico senza dipendere completamente da radio, televisioni o case discografiche. In quella fase MySpace rappresentava qualcosa che oggi sembra quasi controcorrente: una piattaforma nella quale l’utente non si limitava a consumare contenuti, ma partecipava alla costruzione della propria presenza online. La pagina personale era il prodotto.
Perché MySpace è crollato mentre Facebook conquistava Internet?
Il declino non arrivò attraverso un singolo errore, ma fu il risultato di una trasformazione più profonda del web. Facebook impose progressivamente un modello più uniforme, semplice da utilizzare e soprattutto più facile da scalare. MySpace, al contrario, rimase legato a un’esperienza molto personalizzabile, ma anche più caotica e meno coerente. Quella libertà che inizialmente rappresentava un vantaggio cominciò a diventare un limite in un mercato nel quale la semplicità dell’esperienza e la capacità di monetizzare l’attenzione diventavano decisive.
Nel frattempo, il settore pubblicitario digitale stava cambiando rapidamente. Le piattaforme non dovevano più soltanto attirare utenti: dovevano raccogliere dati, misurare comportamenti e costruire sistemi capaci di mantenere le persone online il più a lungo possibile. Dopo l’acquisizione da parte di News Corp, MySpace entrò progressivamente in una fase di difficoltà fino alla vendita nel 2011. Il centro di gravità dei social era ormai altrove e il modello che avrebbe dominato il decennio successivo era già in formazione.
Chi sono i Vanderhook e perché hanno investito nel ritorno di MySpace?
Tim e Chris Vanderhook non sono semplicemente imprenditori che hanno acquistato un marchio famoso per sfruttarne la nostalgia. Secondo quanto raccontato nel documentario, i due arrivarono a MySpace attraverso l’operazione di vendita di News Corp e tentarono successivamente di ricostruire la piattaforma. Il progetto fu molto più ambizioso di una semplice operazione cosmetica: fu sviluppato un nuovo MySpace, nella convinzione che il marchio potesse ancora avere un ruolo nell’industria digitale.
L’esperimento, però, ebbe un costo enorme. I Vanderhook affermano di avere perso oltre 150 milioni di dollari nel tentativo di rilanciare la piattaforma. È probabilmente uno degli aspetti più interessanti della vicenda, perché dimostra quanto sia difficile trasformare la forza emotiva di un marchio in una reale attività tecnologica. La nostalgia può riportare attenzione, ma non garantisce utenti attivi, crescita né ricavi pubblicitari.

Che fine hanno fatto Tom Anderson e le altre figure simbolo?
Parlare di MySpace significa inevitabilmente ricordare Tom Anderson, il celebre cofondatore diventato una delle icone involontarie della prima Internet sociale. La sua fotografia, associata automaticamente al profilo, finì per diventare uno dei simboli più riconoscibili dell’epoca. Accanto a lui c’era Chris DeWolfe, altra figura centrale nella storia della piattaforma, insieme a Aber Whitcomb e agli altri protagonisti della fase iniziale.
Quelle figure, però, appartengono soprattutto alla memoria storica di MySpace. Il possibile rilancio non sarebbe una semplice riproposizione del gruppo che aveva costruito il social negli anni Duemila, ma una nuova fase nella quale il marchio dovrebbe trovare una propria identità senza limitarsi a replicare ciò che funzionava vent’anni fa.
MySpace esiste ancora oppure è soltanto un ricordo?
La risposta sorprendente è che MySpace è ancora online. Il sito continua a esistere e conserva musica, video, profili e contenuti, ma l’esperienza attuale è molto lontana da quella che trasformò la piattaforma in uno dei luoghi più importanti del web nella seconda metà degli anni Duemila. Il problema, dunque, non è riportare MySpace su Internet: non se n’è mai realmente andato. La vera sfida è restituirgli rilevanza culturale, utenti e un modello economico sostenibile.
Ed è proprio qui che il possibile ritorno diventa interessante anche al di là della nostalgia. Negli ultimi anni si è parlato sempre più spesso di social media fatigue, cioè della stanchezza provocata dall’uso continuo dei social network. Studi e ricerche condotti da istituzioni come Pew Research Center, Ofcom e GWI hanno evidenziato cambiamenti nelle abitudini digitali, dall’uso più passivo delle piattaforme alla crescente attenzione per il tempo trascorso online. In questo scenario, l’idea di una rete sociale percepita come più personale potrebbe trovare un pubblico.
Può davvero funzionare un MySpace nell’epoca di TikTok?
È questa la domanda decisiva. Il possibile ritorno di MySpace arriva in un momento nel quale molti utenti mostrano una certa insofferenza verso feed infiniti, contenuti raccomandati automaticamente e una competizione permanente per conquistare attenzione. Ma una buona storia non è ancora un buon prodotto. Per sopravvivere oggi, MySpace dovrebbe convincere le persone a tornare, offrire una ragione concreta per restare e contemporaneamente dimostrare agli inserzionisti di poter costruire un business sostenibile.
La sua più grande opportunità potrebbe essere proprio ciò che un tempo sembrava il suo limite: l’idea di un’identità digitale costruita dall’utente e non soltanto determinata dall’algoritmo. Ma il mercato non aspetta nessuno e TikTok ha già trasformato il modo in cui scopriamo persone, musica e contenuti. Se MySpace tornerà davvero, dunque, non potrà limitarsi a riprodurre il passato.
Dovrà rispondere a una domanda molto più difficile: come si costruisce oggi un social network che restituisca agli utenti una parte del controllo che hanno progressivamente ceduto agli algoritmi? È forse questa la ragione per cui il vecchio nome continua a essere interessante. MySpace potrebbe non tornare per riportarci indietro, ma per provare a capire se una parte di quella vecchia Internet abbia ancora qualcosa da insegnare alla nuova.