
Meno negozi, più e-commerce: che futuro resta alle città italiane?
Tra il 2019 e il 2025 l’Italia ha perso 111.455 attività commerciali, mentre una quota crescente della spesa delle famiglie si è spostata verso il commercio elettronico. Secondo le elaborazioni di Confesercenti sul fenomeno della desertificazione commerciale, questo processo avrebbe sottratto ai circuiti economici territoriali circa 16,7 miliardi di euro. Non si tratta soltanto di una trasformazione delle abitudini di acquisto: quando una vetrina si spegne, infatti, non scompare semplicemente un punto vendita, ma può venire meno un pezzo dell’economia quotidiana di una strada, di un quartiere o di un piccolo centro.
La questione diventa ancora più interessante se osservata dal punto di vista delle nuove generazioni. Che cosa troveranno i giovani italiani nelle città del futuro? Quartieri sempre più organizzati intorno a grandi superfici commerciali, servizi digitali e consegne a domicilio, oppure città nelle quali il negozio di prossimità continuerà ad avere una funzione economica e sociale? La domanda non riguarda soltanto il destino dei commercianti. Riguarda il modo in cui vivremo le nostre città nei prossimi dieci o vent’anni.
Perché la scomparsa dei negozi è un problema che va oltre lo shopping?
Un negozio fisico produce infatti una serie di effetti che non compaiono immediatamente nello scontrino. Attorno a un’attività commerciale ruotano lavoratori, fornitori, professionisti, manutentori, servizi finanziari, trasporti e, naturalmente, immobili. Il commercio di prossimità contribuisce inoltre a mantenere frequentate le strade e può rappresentare un presidio di socialità e sicurezza. Confesercenti sottolinea proprio questo aspetto: la ricchezza generata dalle attività di prossimità tende a rimanere maggiormente legata al territorio, mentre una parte delle vendite online viene economicamente delocalizzata.

Il cambiamento, però, non significa che l’e-commerce sia semplicemente il “nemico”. Le vendite online rispondono a esigenze reali: prezzi competitivi, ampiezza dell’offerta, comodità, disponibilità continua e possibilità di acquistare prodotti che non sarebbero facilmente reperibili nel proprio territorio. Il problema nasce quando la crescita del digitale non viene accompagnata dalla capacità delle città di reinventare i propri spazi commerciali. È in questo punto che la trasformazione economica diventa anche una questione urbanistica e sociale.
L’e-commerce sta davvero sostituendo il negozio tradizionale?
I dati indicano una trasformazione profonda. Confcommercio ha rilevato che tra 2012 e 2025 sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale considerato nell’analisi sulle città italiane. Nel frattempo, nel 2025 le vendite online rappresentavano l’11,3% dei consumi di beni acquistabili online e il 18,4% dei servizi. Ancora più significativo è il confronto delle dinamiche: tra il 2015 e il 2025 le vendite delle piccole superfici sono rimaste sostanzialmente ferme, mentre l’online è cresciuto del 187%.
Questo non significa che ogni negozio chiuda a causa di Amazon, dei marketplace o dello smartphone. La realtà è più complessa. Cambiano i consumi, aumentano i costi di gestione, mutano le preferenze dei clienti, cresce la concorrenza della grande distribuzione e diminuisce, in alcune aree, la popolazione residente. A tutto questo si aggiunge un problema generazionale: tra il 2019 e il 2024 sono scomparse oltre 35.600 imprese guidate da under 35 nei comparti del commercio, della ricettività e della ristorazione.
Il rischio, dunque, è quello di entrare in un circolo difficile da interrompere: meno attività significa meno attrattività commerciale; meno attrattività significa meno investimenti; meno investimenti possono tradursi in ulteriori chiusure.
Ma se i negozi diminuiscono, perché gli affitti continuano ad aumentare?
È probabilmente la domanda più interessante dell’intero fenomeno, perché a prima vista sembra contenere una contraddizione. Se diminuisce il numero dei commercianti interessati a un locale, non dovrebbe diminuire anche il prezzo degli affitti commerciali? In teoria sì, almeno secondo una semplice logica di domanda e offerta. Nella realtà urbana, però, il mercato immobiliare non funziona in maniera così lineare.
Un locale commerciale può rimanere vuoto senza che il proprietario sia necessariamente disposto a ridurre drasticamente il canone. Esistono infatti vincoli contrattuali, aspettative sul valore dell’immobile, costi fiscali e finanziari, posizione geografica, qualità dello spazio e prospettive future dell’area. Inoltre, il valore di un immobile non coincide con la sua capacità di generare immediatamente un’attività commerciale redditizia.
Ed è qui che compare uno dei paradossi della desertificazione commerciale: una strada può avere sempre più saracinesche abbassate e, contemporaneamente, mantenere prezzi immobiliari elevati. Confcommercio segnala proprio la crescita dei locali commerciali sfitti come uno degli effetti della trasformazione delle città. Confedilizia, affrontando il problema, ha indicato tra le possibili soluzioni una maggiore flessibilità nelle locazioni commerciali e l’introduzione della cedolare secca per questa tipologia di affitti, sostenendo che misure di questo tipo potrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta e contribuire anche a ridurre i canoni.
Che cosa succede quando un quartiere perde i suoi negozi?
La risposta non è soltanto economica. Un quartiere con meno negozi può diventare progressivamente meno frequentato, soprattutto nelle ore in cui gli esercizi commerciali erano normalmente aperti. Diminuisce la presenza quotidiana delle persone, si riducono alcuni servizi e cambiano le abitudini di chi vive nella zona. Nei piccoli comuni il problema può essere ancora più evidente: la perdita di un alimentari, di un forno o di un altro servizio essenziale può costringere residenti, anziani e persone con minore mobilità a spostarsi altrove.
I numeri descrivono già questa trasformazione. Secondo Confesercenti, nel 2025 erano 1.113 i comuni italiani privi di un’impresa del commercio alimentare, mentre altri 535 comuni non disponevano di supermercati, ipermercati o grandi magazzini. Sono numeri che raccontano un cambiamento nella geografia quotidiana dell’Italia, dove la questione non è più soltanto “dove fare shopping”, ma quanto sia facile continuare a vivere e acquistare nel luogo in cui si abita.

Quale futuro aspetta gli italiani e soprattutto i giovani?
Il vero interrogativo è allora se la trasformazione attuale rappresenti una naturale evoluzione del mercato oppure l’inizio di una perdita strutturale di funzioni urbane. È inevitabile che una parte del commercio diventi digitale e che alcuni modelli tradizionali scompaiano. Ma una città completamente dipendente dai grandi poli commerciali e dalle piattaforme online potrebbe diventare meno resiliente, soprattutto nei centri piccoli e nei quartieri periferici.
Per i giovani la questione assume un significato ancora più profondo. Che tipo di città erediteranno? Una città dove aprire un’attività è possibile perché gli spazi commerciali sono accessibili e il quartiere possiede una domanda sufficiente, oppure un territorio nel quale i locali vuoti convivono con affitti troppo elevati e con un numero sempre maggiore di servizi concentrati altrove?
Non esiste una risposta che possa essere affidata esclusivamente al mercato. Il commercio deve certamente adattarsi al digitale, alla nuova concorrenza e alle mutate esigenze dei consumatori. Ma anche le città devono cambiare: rigenerazione urbana, fiscalità, mobilità, accessibilità, politiche per gli affitti commerciali e sostegno all’imprenditoria possono diventare strumenti decisivi. Confesercenti sta infatti portando avanti una proposta di legge per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità, con misure come le Zone Economiche Speciali di Prossimità e incentivi per le attività locali.
Il punto centrale, alla fine, non è scegliere tra negozio fisico ed e-commerce. È capire quale equilibrio vogliamo costruire tra tecnologia, economia locale e vita quotidiana. Perché una vetrina vuota non è necessariamente soltanto un’attività che non ha funzionato: può essere il sintomo di un sistema nel quale il valore dell’immobile, il costo dell’impresa, le nuove abitudini di consumo e la struttura della città non riescono più a incontrarsi. E se questa distanza continuerà ad aumentare, la domanda più importante non sarà quanto spenderanno gli italiani online, ma che cosa resterà delle strade nelle quali quella spesa, un tempo, produceva lavoro, relazioni e vita.