Skip to content

Cellule ringiovanite da 80 a meno di 20 anni: la scoperta

•

🧬 E se le cellule di una persona di 80 anni potessero recuperare caratteristiche molecolari della giovinezza? Una ricerca dell’Università di Bonn apre nuove prospettive sullo studio dell’invecchiamento cellulare. 🔬

cellule ringiovanite eta molecolare

Cellule di un uomo di 80 anni ringiovanite fino a un’età molecolare inferiore ai 20 anni: la scoperta che apre nuove prospettive

Cellule del sangue prelevate da un uomo di 80 anni sono state riprogrammate in cellule staminali neurali con un’età molecolare inferiore ai 20 anni, dalle quali i ricercatori hanno successivamente ottenuto neuroni. Il risultato, pubblicato sulla rivista scientifica Aging Cell da un gruppo di ricerca dell’Università di Bonn e dell’Ospedale Universitario di Bonn, offre una nuova prospettiva sullo studio dell’invecchiamento cellulare. L’aspetto più interessante non riguarda soltanto l’entità del ringiovanimento osservato, ma soprattutto il modo in cui si è verificato: un processo graduale, seguito per oltre 100 giorni, che potrebbe aiutare a individuare i meccanismi biologici capaci di accelerare o rallentare il declino delle cellule nel corso della vita.

La ricerca si inserisce in un campo in rapida evoluzione, quello della riprogrammazione cellulare, che punta a comprendere se e come sia possibile modificare alcune caratteristiche associate all’età senza perdere le funzioni biologiche fondamentali delle cellule. Non si tratta, tuttavia, di aver ringiovanito l’intero organismo o di aver invertito l’età anagrafica della persona da cui provenivano i campioni. Il risultato riguarda specifici indicatori molecolari dell’invecchiamento cellulare, osservati durante una trasformazione controllata in laboratorio, e rappresenta un passo importante soprattutto per lo studio dei processi che regolano l’età biologica dei tessuti.

Come sono state ringiovanite le cellule prelevate da una persona di 80 anni?

Per ottenere la trasformazione, il gruppo di ricerca ha utilizzato un insieme di fattori di trascrizione, proteine capaci di influenzare l’attività dei geni e di modificare il programma biologico seguito da una cellula. In condizioni appropriate, questi fattori possono spingere una cellula ad abbandonare alcune delle proprie caratteristiche originarie per acquisirne altre, aprendo la strada a nuove possibilità di ricerca in medicina rigenerativa e neuroscienze.

In questo caso, gli scienziati sono riusciti a convertire direttamente precursori dei globuli rossi in cellule staminali neurali, evitando un passaggio intermedio che avrebbe comportato la formazione di cellule staminali pluripotenti. «Grazie a questo metodo, abbiamo convertito direttamente precursori dei globuli rossi in cellule staminali neurali», ha spiegato Oliver Brüstle, direttore dell’Istituto di Neurobiologia Ricostruttiva dell’Ospedale Universitario di Bonn.

Illustrazione scientifica di cellule staminali durante un processo di riprogrammazione cellulare.
La riprogrammazione cellulare consente di trasformare cellule del sangue in cellule staminali neurali, offrendo un modello per studiare i meccanismi molecolari dell’invecchiamento.

La scelta di una conversione diretta è particolarmente rilevante perché consente di studiare il ringiovanimento durante una transizione cellulare definita, senza attraversare necessariamente tutte le fasi tipiche della riprogrammazione verso uno stato pluripotente. Quest’ultimo permette a una cellula di generare numerosi tipi cellulari, ma comporta anche cambiamenti profondi nella sua identità biologica. Seguire una traiettoria più mirata offre ai ricercatori l’opportunità di osservare con maggiore precisione come cambiano i marcatori dell’età durante la trasformazione.

Che cosa significa avere un’età molecolare inferiore ai 20 anni?

L’età anagrafica indica quanti anni sono trascorsi dalla nascita, mentre l’età molecolare o biologica cerca di descrivere alcuni aspetti dello stato di una cellula attraverso parametri misurabili. Tra questi rientrano le modificazioni epigenetiche, cioè cambiamenti chimici che influenzano il modo in cui il DNA viene utilizzato senza alterarne necessariamente la sequenza.

Con il passare del tempo, numerosi segni epigenetici tendono a modificarsi secondo schemi associati all’invecchiamento. Gli scienziati possono analizzare questi cambiamenti mediante i cosiddetti orologi molecolari dell’invecchiamento, strumenti che utilizzano specifici marcatori biologici per stimare l’età di cellule e tessuti. Questi indicatori non rappresentano un contatore universale, né descrivono da soli tutte le caratteristiche funzionali di una cellula, ma consentono di confrontare profili molecolari associati a differenti fasi della vita.

Nel caso dello studio di Bonn, tali strumenti hanno permesso di seguire i cambiamenti che accompagnavano la riprogrammazione delle cellule. Il dato relativo a un’età molecolare inferiore ai 20 anni indica quindi un marcato ringiovanimento dei parametri analizzati, non la dimostrazione che ogni caratteristica biologica delle cellule sia tornata a quella di un organismo giovane. La distinzione è essenziale per interpretare correttamente la scoperta, evitando di confondere un risultato sperimentale circoscritto con una procedura già disponibile per contrastare l’invecchiamento umano.

Perché il ringiovanimento graduale è così importante per la ricerca?

La riprogrammazione cellulare era già stata associata a fenomeni di ringiovanimento in studi precedenti. La particolarità del nuovo lavoro risiede soprattutto nella possibilità di osservare il processo in modo progressivo. «Nel nostro approccio, il ringiovanimento è avvenuto gradualmente ed è stato possibile monitorarlo per oltre 100 giorni», ha sottolineato Brüstle.

Questa finestra temporale offre un vantaggio scientifico significativo. Quando un cambiamento biologico avviene rapidamente, può essere difficile distinguere le diverse fasi della trasformazione e stabilire quali modificazioni siano responsabili del risultato finale. Seguire l’evoluzione dei marcatori per un periodo prolungato consente invece di ricostruire meglio la sequenza degli eventi e di formulare ipotesi sui meccanismi che regolano il ringiovanimento.

I ricercatori potrebbero così approfondire quali fattori favoriscano la regressione di alcuni segni molecolari dell’età, quali la ostacolino e se esistano momenti particolarmente importanti durante la riprogrammazione. La possibilità di osservare il ringiovanimento mentre si sviluppa, anziché soltanto misurarne l’esito, rappresenta uno degli aspetti più promettenti del metodo. Per comprendere l’invecchiamento, infatti, non è sufficiente sapere che determinati marcatori possono cambiare: occorre anche chiarire attraverso quali passaggi biologici avvenga questa trasformazione.

Illustrazione di neuroni e cellule staminali neurali utilizzati nella ricerca sul ringiovanimento cellulare.
Dalle cellule riprogrammate i ricercatori hanno ottenuto cellule neurali, studiando il ringiovanimento dei marcatori molecolari per oltre 100 giorni.

Le cellule ottenute possono contribuire allo studio delle malattie neurologiche?

La produzione di cellule staminali neurali a partire da campioni di sangue potrebbe rivelarsi utile anche per la ricerca sul sistema nervoso. Le cellule ottenute in laboratorio possono essere utilizzate per studiare processi biologici, analizzare le risposte cellulari e sviluppare modelli sperimentali che aiutino a comprendere meglio alcune patologie neurologiche. La possibilità di partire da cellule provenienti da persone anziane è particolarmente interessante per indagare fenomeni che si manifestano con maggiore frequenza nelle fasi avanzate della vita.

In studi precedenti, lo stesso gruppo di ricerca aveva già dimostrato che cellule neurali prodotte attraverso questo approccio, una volta trapiantate nel cervello di topi, erano in grado di stabilire connessioni con i neuroni preesistenti. Nel lavoro attuale, tuttavia, l’attenzione si è concentrata su un fenomeno differente: il cambiamento dei marcatori molecolari associati all’età durante la riprogrammazione. I risultati non devono quindi essere interpretati come una dimostrazione di efficacia terapeutica nell’uomo, ma come un contributo alla comprensione dei processi cellulari che potrebbero, in futuro, sostenere nuove strategie sperimentali.

Questa scoperta potrà portare a nuove terapie contro l’invecchiamento?

La ricerca apre prospettive interessanti, ma il passaggio dalla sperimentazione in laboratorio a un’applicazione clinica richiede ancora numerose verifiche. Sarà necessario comprendere meglio la stabilità delle cellule ottenute, il mantenimento della loro identità funzionale e la sicurezza dei processi di riprogrammazione. Inoltre, un ringiovanimento rilevato attraverso gli orologi molecolari non garantisce automaticamente che una cellula funzioni come una cellula giovane sotto ogni aspetto.

Restano da chiarire anche i meccanismi che determinano la velocità del processo e la sua eventuale riproducibilità in differenti condizioni sperimentali. Queste informazioni saranno importanti per valutare se la tecnica possa diventare uno strumento affidabile per studiare l’invecchiamento e per sviluppare modelli cellulari più rappresentativi delle caratteristiche individuali dei pazienti.

Il valore della scoperta risiede dunque nella possibilità di analizzare un fenomeno biologico complesso attraverso una trasformazione osservabile nel tempo. Comprendere come una cellula anziana possa acquisire caratteristiche molecolari più giovani, e quali condizioni rendano possibile questo cambiamento, potrebbe contribuire a ridefinire lo studio dell’età biologica. Per ora, il risultato ottenuto a Bonn non rappresenta una terapia antietà, ma offre ai ricercatori un nuovo modello sperimentale con cui esplorare una delle questioni centrali della biologia: perché le cellule invecchiano e quali meccanismi possono modificare questo percorso