
Mo Gawdat avverte: l’intelligenza artificiale potrebbe superare l’uomo già entro un anno
L’ex dirigente di Google prevede un salto di capacità senza precedenti e richiama l’attenzione sui rischi legati a manipolazione, disinformazione e concentrazione del potere. La vera sfida, sostiene, non sarà soltanto sviluppare macchine più intelligenti, ma decidere quali valori dovranno guidarle.
L’intelligenza artificiale potrebbe diventare più capace dell’essere umano nell’affrontare problemi complessi molto prima di quanto molti immaginino. È la previsione di Mo Gawdat, ex dirigente di Google, che durante la Gladiator Summit II ha lanciato un avvertimento destinato ad alimentare il dibattito sul futuro della tecnologia:
«Entro i prossimi 12 mesi, l’essere più intelligente del pianeta non sarà più un umano».
Una dichiarazione che riflette la velocità con cui evolvono i sistemi di IA, ma che va letta come una previsione personale, non come un risultato scientifico già dimostrato o una scadenza condivisa dalla comunità degli esperti.
Il punto centrale della riflessione di Gawdat riguarda il passaggio da strumenti progettati per eseguire istruzioni a sistemi capaci di apprendere, individuare schemi e affrontare compiti articolati con un grado crescente di autonomia. Questa trasformazione sta modificando il rapporto tra competenze umane e capacità computazionali, aprendo prospettive importanti nella ricerca scientifica, nella medicina, nell’industria e nell’elaborazione delle informazioni. Il cambiamento, tuttavia, non significa che le macchine abbiano acquisito una forma di intelligenza identica a quella umana: le prestazioni dipendono dal compito, dai dati disponibili, dall’affidabilità del sistema e dalla possibilità di verificare i risultati.
Perché Mo Gawdat ritiene che l’intelligenza artificiale supererà l’uomo?
Per spiegare la sua previsione, l’ex dirigente di Google richiama esempi nei quali l’intelligenza artificiale ha già raggiunto risultati superiori a quelli umani in attività specifiche. Gli scacchi rappresentano uno dei casi più noti: i programmi specializzati possono analizzare un numero enorme di posizioni e individuare mosse che nessun giocatore umano riuscirebbe a valutare con la stessa velocità. Un altro esempio arriva dalla biologia strutturale, dove sistemi come AlphaFold hanno contribuito a prevedere la struttura tridimensionale delle proteine, accelerando una parte importante del lavoro scientifico. Si tratta di progressi concreti, anche se non dimostrano, da soli, l’esistenza di un’intelligenza generale superiore all’uomo in ogni ambito.

Gawdat sostiene inoltre che gli strumenti di IA già disponibili possano offrire alle persone che li utilizzano con competenza un vantaggio cognitivo equivalente, nella sua interpretazione, a 45-50 punti aggiuntivi di quoziente intellettivo. Questo dato va considerato come una stima attribuita all’autore, non come una misurazione clinica o un incremento del QI scientificamente accertato. Il concetto sottostante, tuttavia, merita attenzione: un professionista che sa formulare domande efficaci, verificare le risposte e integrare le informazioni generate da un modello può svolgere alcune attività con maggiore rapidità e affrontare problemi che, senza assistenza, richiederebbero molto più tempo. Il vantaggio non dipende soltanto dalla potenza del software, ma anche dalla preparazione, dal giudizio e dalla capacità critica di chi lo utilizza.
Quanto potrebbe diventare potente l’IA entro il 2037?
La previsione più estrema formulata da Gawdat riguarda il 2037, anno entro il quale l’intelligenza artificiale potrebbe diventare, secondo la sua stima, un miliardo di volte più intelligente degli esseri umani. L’ex dirigente collega questo scenario a un ritmo di crescita che descrive come un raddoppio delle capacità ogni 5,7 mesi. Sono cifre che restituiscono la sua visione di un progresso tecnologico accelerato, ma non costituiscono una legge universale dello sviluppo dell’IA: le prestazioni dei modelli non crescono necessariamente con un ritmo costante e non esiste un’unica misura condivisa che consenta di quantificare l’intelligenza complessiva di una macchina rispetto a quella umana.
La questione decisiva, quindi, non è soltanto stabilire quanto rapidamente aumenteranno le capacità dei sistemi, ma comprendere quali risultati saranno in grado di produrre in condizioni reali. Un’intelligenza artificiale più efficace nella ricerca di nuovi farmaci, nell’analisi di dati clinici o nella progettazione di materiali potrebbe contribuire a risolvere problemi che oggi richiedono anni di lavoro e investimenti considerevoli. Allo stesso tempo, una maggiore capacità di elaborazione non garantisce automaticamente scoperte corrette, decisioni imparziali o applicazioni sicure. La velocità dell’innovazione deve essere accompagnata dalla verifica dei risultati, dalla supervisione umana e da criteri trasparenti di responsabilità.
Quali rischi comporta un’intelligenza artificiale sempre più avanzata?
Nell’analisi di Gawdat, il rischio più importante nasce dal fatto che la tecnologia può amplificare non soltanto le qualità umane, ma anche i comportamenti più dannosi. Un sistema capace di produrre testi convincenti, immagini realistiche e contenuti audio sintetici può essere impiegato per diffondere conoscenze e facilitare il lavoro, ma anche per costruire campagne di manipolazione, impersonare persone reali e rendere più difficile distinguere un documento autentico da uno contraffatto. I deepfake e la disinformazione generata dall’IA rappresentano già una sfida per cittadini, aziende, istituzioni e mezzi d’informazione, soprattutto quando i contenuti circolano rapidamente senza adeguate verifiche.
La risposta non può consistere nel diffidare indiscriminatamente di qualsiasi contenuto digitale, né nell’affidarsi ciecamente agli strumenti che promettono di riconoscere le falsificazioni. I sistemi di rilevamento possono commettere errori e le tecniche di generazione diventano progressivamente più sofisticate. Diventa quindi essenziale sviluppare abitudini di verifica: controllare la fonte originale, confrontare le informazioni con pubblicazioni indipendenti, cercare conferme attendibili e distinguere i fatti documentati dalle interpretazioni. In questo contesto, il pensiero critico diventa una competenza fondamentale per vivere in una società nella quale produrre contenuti credibili sarà sempre più semplice, mentre verificarne l’autenticità potrebbe richiedere strumenti e conoscenze specifiche.
L’intelligenza artificiale può cambiare le relazioni umane?
Un altro aspetto della riflessione riguarda la possibilità che assistenti digitali capaci di sostenere conversazioni fluide, ricordare preferenze e simulare empatia assumano un ruolo crescente nella vita privata. Per alcune persone, questi sistemi possono offrire compagnia, supporto organizzativo o uno spazio nel quale esprimere pensieri difficili. Il problema emerge quando la naturalezza della conversazione viene confusa con una comprensione emotiva equivalente a quella di una persona, oppure quando l’interazione digitale finisce per sostituire sistematicamente rapporti umani, confronto diretto e legami sociali.
Una macchina può generare risposte rassicuranti senza provare emozioni nel senso umano del termine. Questa distinzione non rende necessariamente inutili le applicazioni conversazionali, ma suggerisce la necessità di valutarne con attenzione limiti, finalità e modalità d’impiego, soprattutto nei contesti che coinvolgono persone vulnerabili. La questione non riguarda soltanto ciò che l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare, ma anche come le persone sceglieranno di integrarla nella propria quotidianità senza rinunciare all’autonomia di giudizio e alla qualità delle relazioni reali.

Chi controllerà il potere delle nuove tecnologie?
La crescita delle capacità dell’IA pone anche un problema economico e politico: il controllo delle infrastrutture, dei modelli più avanzati e delle enormi quantità di dati necessarie al loro sviluppo può concentrare un potere considerevole nelle mani di poche aziende e istituzioni. Chi possiede queste risorse può influenzare l’accesso agli strumenti, le condizioni del mercato, la circolazione delle informazioni e, indirettamente, alcune decisioni che incidono sulla vita quotidiana. Per questo, il dibattito sull’intelligenza artificiale non può limitarsi alla competizione tecnologica, ma deve comprendere anche la trasparenza, la responsabilità e la distribuzione dei benefici dell’innovazione.
Gawdat individua nei valori umani il fattore che potrebbe determinare la direzione di questo cambiamento. Una tecnologia sviluppata privilegiando esclusivamente profitto, sorveglianza e controllo potrebbe amplificare disuguaglianze e abusi; sistemi progettati con attenzione alla sicurezza, alla dignità delle persone e all’utilità sociale potrebbero invece contribuire a migliorare servizi, conoscenze e opportunità. Non esiste, tuttavia, una garanzia automatica che buone intenzioni producano buoni risultati: servono regole applicabili, controlli indipendenti, valutazioni dei rischi e responsabilità chiaramente attribuite a chi sviluppa e utilizza questi strumenti.
La previsione secondo cui la macchina più intelligente del pianeta potrebbe non essere più umana entro un anno resta dunque una dichiarazione ambiziosa, non un fatto acquisito. Il suo valore sta soprattutto nella domanda che solleva: se l’intelligenza artificiale continuerà a superare le persone in un numero crescente di attività, chi deciderà come utilizzare questa capacità e a vantaggio di chi? La risposta non dipenderà soltanto dagli algoritmi, ma anche dalle scelte di imprese, governi e cittadini. In definitiva, il progresso tecnologico potrà rappresentare un’opportunità concreta soltanto se alla crescita delle prestazioni corrisponderà una crescita altrettanto rigorosa della responsabilità umana.