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Tasse sui carburanti: quanto paga in più chi fa rifornimento in Italia

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⛽ Fare rifornimento in Italia significa pagare anche un conto fiscale importante. I dati europei mostrano quanto incidono IVA e accise su benzina e diesel e quale differenza emerge rispetto alla media UE. Il costo del pieno non racconta tutta la storia. 🔎

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Carburanti, quanto pesano davvero le tasse sul pieno in Italia

Il tema dei carburanti in Italia non riguarda soltanto il prezzo esposto sulle colonnine dei distributori, ma anche la quota che finisce nelle casse dello Stato attraverso IVA e accise. Secondo un’elaborazione di Adusbef basata sui dati della Commissione europea aggiornati al 19 ottobre, l’Italia registra la maggiore incidenza fiscale europea sul gasolio, mentre per la benzina si colloca al terzo posto. Una differenza che aiuta a comprendere perché il costo del rifornimento continui a pesare sui bilanci delle famiglie e sulle spese di chi utilizza l’automobile per lavorare.

Il quadro è tornato al centro dell’attenzione dopo la scadenza, il 5 ottobre, del taglio delle accise. Il confronto europeo, tuttavia, richiede una distinzione importante: il Paese in cui le imposte incidono maggiormente sul prezzo finale non è necessariamente quello in cui il carburante costa di più alla pompa. Per valutare il peso effettivo della fiscalità occorre considerare sia la percentuale di tasse sul prezzo al dettaglio sia l’importo complessivo pagato per ogni litro.

Perché l’Italia è al primo posto in Europa per le tasse sul gasolio?

Secondo i dati elaborati da Adusbef, escludendo Malta, dove i carburanti sono soggetti a uno speciale regime di prezzi amministrati, le imposte rappresentano il 48% del prezzo finale del diesel in Italia. Si tratta della quota più elevata tra i Paesi europei considerati nell’analisi. Alle spalle dell’Italia si trovano Belgio, Danimarca, Francia e Lituania, con un’incidenza fiscale compresa tra il 42% e il 43%. All’estremo opposto figurano la Polonia, dove il peso di tasse e accise si ferma al 25,5%, e Spagna e Svezia, con valori vicini al 27%.

Il confronto con la media europea mette in evidenza la distanza tra il sistema fiscale italiano e quello di diversi altri mercati. Nell’Unione europea, infatti, la tassazione sul gasolio incide mediamente per il 37,9% sul prezzo alla pompa, oltre dieci punti percentuali in meno rispetto al dato italiano. Una differenza che non rimane confinata alle statistiche, ma si traduce in una spesa concreta per automobilisti, lavoratori pendolari e imprese che dipendono dal trasporto su strada.

Il dato percentuale, da solo, non racconta però tutta la storia. Per capire quanto pesi realmente la fiscalità è necessario osservare l’importo che viene versato allo Stato quando si acquista un litro di carburante, distinguendo la componente fiscale dal prezzo industriale del prodotto.

Quanto paga un automobilista italiano per ogni litro di diesel?

Nell’elaborazione di Adusbef, il prezzo industriale del gasolio in Italia, al netto delle imposte, è indicato in 1,166 euro al litro. A questa cifra si aggiunge una componente fiscale che porta il peso di IVA e accise a quasi 1,08 euro per ogni litro acquistato. Il confronto con la media europea, pari a 0,790 euro di imposte al litro, evidenzia un divario di circa 29 centesimi a carico degli automobilisti italiani.

Prezzo del gasolio e rifornimento di un’automobile presso una stazione di servizio.
Il prezzo del gasolio comprende il costo industriale e una componente significativa di IVA e accise, con un’incidenza fiscale che varia da un Paese europeo all’altro.

L’effetto diventa ancora più evidente quando si considera un rifornimento completo. Su un pieno da 50 litri, la differenza rispetto alla media europea equivale a circa 14,50 euro di maggiore tassazione. Per chi utilizza l’automobile quotidianamente, soprattutto quando percorre distanze considerevoli per raggiungere il luogo di lavoro, questo scarto può accumularsi nel corso del mese e incidere sulle spese ordinarie.

La fiscalità non è naturalmente l’unico elemento che determina il prezzo finale: incidono anche il costo della materia prima, la raffinazione, la distribuzione e le condizioni del mercato internazionale. Tuttavia, i numeri riportati dall’associazione mostrano che la componente fiscale rappresenta una parte rilevante del prezzo pagato in Italia, rendendo il confronto con gli altri Paesi particolarmente significativo per comprendere la spesa sostenuta dagli automobilisti.

Il diesel italiano è anche il più caro d’Europa?

Nonostante la maggiore incidenza delle imposte, l’Italia non occupa il primo posto nella graduatoria europea dei prezzi medi del gasolio alla pompa. Secondo i dati riportati da Adusbef, il prezzo medio italiano è pari a 2,244 euro al litro, valore che colloca il Paese al settimo posto nella classifica dei listini più elevati.

La Finlandia guida il confronto con 2,531 euro al litro, seguita dalla Danimarca, a 2,501 euro, e dai Paesi Bassi, a 2,456 euro. Sul versante dei prezzi più contenuti, oltre a Malta, dove il litro costa 1,21 euro nel quadro considerato, figurano la Polonia con 1,79 euro e Bulgaria e Spagna, entrambe intorno a 1,88 euro.

Questa distinzione è essenziale per interpretare correttamente i dati. Un’elevata pressione fiscale non coincide automaticamente con il prezzo finale più alto, perché il costo industriale del carburante può variare da un mercato all’altro. Un Paese può applicare imposte relativamente elevate ma registrare un prezzo complessivo inferiore a quello di un altro Stato, nel quale la componente industriale risulta più cara. Nel caso italiano, il dato più significativo dell’analisi non è quindi il primato assoluto del prezzo alla pompa, bensì la quota particolarmente alta che il Fisco assorbe sul gasolio.

Perché anche la benzina è particolarmente tassata in Italia?

La situazione cambia leggermente quando si passa dal gasolio alla benzina, ma il peso delle imposte rimane elevato. Sempre escludendo Malta per il suo particolare regime dei prezzi, l’Italia è il terzo Paese europeo per incidenza fiscale sulla benzina, con tasse pari al 51,4% del prezzo finale. Davanti si collocano i Paesi Bassi, con il 52,8%, e la Grecia, con il 52%.

In termini assoluti, secondo l’elaborazione di Adusbef, su ogni litro di benzina acquistato in Italia 1,036 euro vanno allo Stato attraverso IVA e accise. La media europea è invece di 0,878 euro al litro, corrispondenti al 45,5% del prezzo finale. Il divario ammonta dunque a 15,8 centesimi per litro, che su un rifornimento da 50 litri si traducono in circa 7,90 euro di maggiore tassazione rispetto alla media europea.

Anche in questo caso, la posizione italiana nella graduatoria dei prezzi complessivi non coincide con quella relativa alle imposte. L’Italia si colloca all’ottavo posto per il prezzo medio della benzina, mentre la Danimarca registra il valore più alto, pari a 2,604 euro al litro. Seguono i Paesi Bassi, a 2,390 euro, e la Finlandia, a 2,327 euro. Tra i mercati con i prezzi più bassi, escludendo Malta, che si attesta a 1,340 euro, figurano la Polonia, con 1,560 euro al litro, e la Svezia, con 1,639 euro.

Pompa di benzina con indicazione del prezzo del carburante presso un distributore.
IVA e accise contribuiscono a determinare il prezzo finale di benzina e diesel: il confronto europeo evidenzia differenze nella tassazione dei carburanti.

Il confronto conferma quindi una caratteristica del mercato italiano: la componente fiscale pesa molto sul prezzo finale sia del diesel sia della benzina, sebbene l’entità della differenza rispetto agli altri Paesi cambi a seconda del carburante. Per le famiglie che possiedono più di un’automobile o per chi alterna benzina e gasolio in base alle esigenze di mobilità, il costo del rifornimento resta una voce di spesa da valutare insieme alle altre spese legate all’utilizzo del veicolo.

Che cosa contesta Adusbef al sistema delle accise?

A commentare i dati è il presidente di Adusbef, Antonio Tanza, che denuncia il peso della fiscalità sui carburanti e richiama l’attenzione sulle misure che avrebbero potuto contribuire a contenere i prezzi alla pompa. Secondo l’associazione, il livello di tassazione applicato in Italia continua a penalizzare gli automobilisti, soprattutto in una fase in cui il costo dei rifornimenti incide sulle spese quotidiane e sui costi operativi di numerose attività economiche.

Al centro delle critiche c’è il meccanismo delle cosiddette accise mobili, richiamato da Tanza come possibile strumento per ridurre il prezzo dei carburanti sfruttando l’eventuale maggiore gettito IVA generato dall’aumento dei prezzi. L’idea, nella prospettiva indicata dall’associazione, è collegare una parte delle entrate fiscali aggiuntive a una riduzione del carico sulle famiglie. Adusbef sostiene tuttavia che questa possibilità sia rimasta senza un’applicazione capace di produrre benefici percepibili per gli automobilisti.

La questione presenta un risvolto economico più ampio. Il prezzo dei carburanti non influenza soltanto chi utilizza l’auto privata, ma può incidere anche sui costi di trasporto delle merci, sulla distribuzione e sulle attività professionali che dipendono dalla mobilità. Quando il costo del carburante aumenta, le imprese possono trovarsi a dover assorbire maggiori spese oppure a trasferirne una parte sui prezzi finali dei prodotti e dei servizi. L’effetto, naturalmente, varia in base al settore e alla possibilità di compensare gli aumenti con altre voci di bilancio.

I prezzi di benzina e diesel potrebbero aumentare ancora?

Nella sua dichiarazione, Tanza richiama inoltre il rischio legato alla possibile fine di sconti e limiti ai prezzi avviati dalle compagnie petrolifere. Secondo il presidente di Adusbef, l’eventuale mancata proroga di queste misure potrebbe determinare nuovi rialzi dei prezzi alla pompa. Si tratta di una previsione formulata dall’associazione, non di un aumento già accertato: l’evoluzione dei listini dipenderà dalle decisioni effettivamente adottate e dalle condizioni del mercato dei carburanti.

Per gli automobilisti, il quadro che emerge dai dati europei aggiornati al 19 ottobre è comunque chiaro: l’Italia presenta una pressione fiscale particolarmente elevata sul gasolio e si colloca ai vertici anche per la benzina. Il confronto con la media europea permette di quantificare il divario, ma non basta, da solo, a prevedere l’andamento futuro dei prezzi. A determinare il costo dei prossimi rifornimenti contribuiranno anche l’andamento delle quotazioni internazionali, i costi di distribuzione e le eventuali misure fiscali o commerciali.

La questione centrale rimane il rapporto tra prezzo alla pompa e tassazione: finché una quota così consistente del costo dei carburanti sarà assorbita da IVA e accise, ogni variazione dei listini continuerà ad avere conseguenze dirette sulla spesa degli automobilisti. Il confronto europeo riporta così al centro il tema della sostenibilità economica della mobilità e dell’effettivo margine a disposizione delle istituzioni per attenuare il peso dei rifornimenti sui bilanci familiari e sulle attività produttive.