
Perché la benzina in autostrada ha raggiunto un nuovo record?
Il prezzo dei carburanti torna a mettere sotto pressione famiglie, automobilisti e imprese, con la benzina che raggiunge in autostrada il livello più alto mai registrato in Italia. Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio della verde sulla rete ordinaria è arrivato a 2,10 euro al litro, mentre sulla rete autostradale la media sale fino a 2,192 euro al litro. Un valore che supera il precedente record storico di 2,184 euro al litro, registrato il 14 marzo 2022, nel pieno della precedente crisi energetica legata alla guerra in Ucraina.
Il nuovo dato assume particolare rilevanza perché arriva in una fase nella quale il costo dell’energia e delle materie prime continua a riflettersi sui bilanci delle famiglie, riportando il tema dei carburanti al centro del dibattito economico. Il confronto con il 2022 mostra inoltre quanto rapidamente possano trasferirsi sui prezzi finali le tensioni che interessano i mercati internazionali del petrolio.
Quanto può ancora aumentare il prezzo dei carburanti?
Il quadro potrebbe diventare ancora più pesante nelle prossime settimane se le quotazioni del petrolio resteranno stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari al barile. Il prezzo industriale dei carburanti non determina da solo quanto l’automobilista paga alla pompa, ma rappresenta uno degli elementi fondamentali della formazione del prezzo finale. Quando il costo della materia prima aumenta in modo significativo e prolungato, l’effetto tende infatti a propagarsi lungo tutta la filiera, fino alla distribuzione.
È proprio questa prospettiva a rendere particolarmente delicata la situazione attuale: un carburante più costoso non incide soltanto su chi utilizza quotidianamente l’automobile, ma può aumentare anche i costi di trasporto delle merci, della logistica e di numerose attività produttive. Il rischio è quindi quello di un effetto a cascata sul costo della vita, con conseguenze indirette anche sui consumi delle famiglie e sul potere d’acquisto.
Il taglio delle accise sul gasolio è sufficiente?
Il confronto tra i diversi Paesi europei permette di comprendere meglio la portata del problema. Secondo un’analisi realizzata da Adusbef sulla base dei dati ufficiali della Commissione europea, dal periodo immediatamente precedente l’escalation del conflitto in Medio Oriente, corrispondente alla settimana del 23 febbraio 2026, fino alla settimana del 7 settembre, il gasolio ha registrato aumenti particolarmente marcati in diversi mercati europei. La Bulgaria guida questa classifica con un incremento vicino al 48%, seguita dalla Repubblica Ceca con il 43,7% e dalla Finlandia con il 42,6%. All’estremo opposto si trova Malta, dove il prezzo è rimasto invariato grazie a un sistema di prezzi amministrati, mentre tra gli aumenti più contenuti figurano Irlanda (+12,5%), Romania e Svezia, entrambe attorno al +21%.

In questo scenario, l’Italia presenta una dinamica meno accentuata rispetto alla media europea, ma il risultato resta tutt’altro che rassicurante. Il gasolio italiano è aumentato del 26% rispetto al periodo precedente il conflitto, con un aggravio di circa 44 centesimi al litro. Il dato tiene conto del taglio delle accise di 17 centesimi: senza questa riduzione, secondo la stima di Adusbef, l’aumento sarebbe arrivato al 35,8%. Nell’insieme dell’Unione europea, invece, il diesel è cresciuto mediamente del 30%, pari a circa 55 centesimi in più al litro.
Dove costa di più il diesel in Europa?
Il confronto dei prezzi assoluti restituisce una fotografia altrettanto significativa. La media più elevata per il gasolio viene rilevata in Finlandia, con 2,477 euro al litro, seguita dai Paesi Bassi con 2,442 euro e dalla Danimarca con 2,434 euro. Sul versante opposto, il prezzo medio scende a 1,210 euro al litro a Malta e a 1,785 euro in Spagna. L’Italia, dunque, non è il Paese europeo con il diesel più caro, ma il dato nazionale deve essere letto insieme alla struttura fiscale che grava sul prezzo finale e non soltanto confrontando il valore esposto sul distributore.
Anche la benzina sta crescendo più della media europea?
Per la benzina il quadro cambia parzialmente. Gli aumenti più consistenti sono stati registrati in Danimarca e Finlandia, dove il prezzo della verde è salito di quasi il 36% rispetto alla fine di febbraio. Gli incrementi risultano invece molto più contenuti in Irlanda, con il +6,7%, in Svezia (+10,8%) e in Ungheria (+12,5%). Sul piano dei prezzi assoluti, la Danimarca registra una media di 2,631 euro al litro, seguita dai Paesi Bassi con 2,465 euro e dalla Germania con 2,331 euro. A Malta la benzina costa mediamente 1,340 euro al litro, mentre Bulgaria e Svezia rimangono sotto la soglia di 1,60 euro.
L’Italia si colloca in una posizione meno favorevole rispetto alla media europea proprio sul fronte della benzina: dall’inizio del conflitto il prezzo della verde è aumentato del 23%, pari a circa 38 centesimi al litro, contro una crescita media europea del 21%, equivalente a circa 35,5 centesimi. È una differenza che, moltiplicata per i numerosi rifornimenti effettuati durante l’anno, può trasformarsi in una voce significativa nel bilancio di chi utilizza l’automobile quotidianamente.
Quanto incidono davvero le tasse sul prezzo di benzina e diesel?
È però sul terreno della fiscalità che emerge una delle principali peculiarità del mercato italiano. Secondo i dati analizzati da Adusbef, nell’Unione europea le tasse incidono mediamente per il 39,7% sul prezzo finale del gasolio. La quota scende al 25,8% in Svezia, al 27,3% in Spagna e al 33,9% a Cipro, mentre raggiunge il 54,3% a Malta. Belgio, Francia, Danimarca, Lituania, Germania e Italia si collocano invece attorno al 43%.

Ancora più evidente è la situazione relativa alla benzina. In Europa la componente fiscale rappresenta mediamente il 47,6% del prezzo finale di un litro di verde. Malta raggiunge il 56,3%, la Grecia il 53,5%, mentre l’Italia si trova al 6° posto con una pressione fiscale media del 51,1%. In Svezia, per confronto, la quota è pari al 29%. Il dato mostra quindi che il prezzo pagato alla pompa non dipende esclusivamente dalle oscillazioni del petrolio: accise e IVA possono amplificare in maniera significativa l’impatto delle variazioni del prezzo industriale.
Perché il caro-carburanti riguarda anche chi usa poco l’auto?
Il problema non riguarda soltanto il costo del pieno. Un aumento strutturale dei carburanti può incidere sui prezzi dei prodotti trasportati, sui servizi di consegna e sulla mobilità professionale, con conseguenze che possono arrivare fino ai beni acquistati quotidianamente. È questo il punto sul quale si concentra anche la posizione di Adusbef: secondo il presidente Antonio Tanza, il livello della tassazione rappresenta uno degli elementi che spiegano le differenze tra i mercati europei e gli automobilisti italiani continuano a sostenere una pressione fiscale significativa attraverso IVA e accise.
La questione, dunque, va oltre l’emergenza del singolo aumento. Un intervento temporaneo sulle accise può attenuare il prezzo nel breve periodo, ma non modifica la struttura fiscale che determina il costo finale del carburante. Ed è proprio questo il nodo del dibattito: se i prezzi internazionali dovessero rimanere elevati a lungo, una misura temporanea rischierebbe di non essere sufficiente. Il nuovo record della benzina in autostrada riporta così al centro una domanda più ampia, che riguarda tanto il sostegno immediato al potere d’acquisto quanto la necessità di ripensare, almeno in parte, il peso della fiscalità sui carburanti.