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Varenne, la leggenda del trotto: vittorie, record e una storia unica

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Addio a Varenne, il “Capitano” che ha cambiato la storia del trotto

Per il mondo dell’ippica non è scomparso soltanto un grande campione. Con Varenne se ne va un pezzo di quella rara storia sportiva capace di uscire dai confini della propria disciplina e diventare memoria collettiva, spettacolo e mito. Il leggendario trottatore italiano è morto a 31 anni nell’allevamento LJ di Eboli, in provincia di Salerno, dove aveva trascorso l’ultimo periodo della sua vita. In pista aveva costruito un palmarès difficilmente paragonabile: 62 vittorie in 73 corse, sei secondi posti, due terzi posti e oltre sei milioni di euro di premi. Numeri impressionanti, ma ancora insufficienti a raccontare fino in fondo ciò che Varenne ha rappresentato per generazioni di appassionati.

Perché Varenne è considerato una leggenda del trotto?

Nel galoppo italiano il nome che evoca immediatamente la grandezza è quello di Ribot. Nel trotto, invece, quel posto appartiene a Varenne. Il “Capitano”, come venne presto soprannominato, aveva una caratteristica che andava oltre la semplice superiorità atletica: riusciva a trasformare una corsa di cavalli in un evento sportivo capace di coinvolgere anche chi normalmente non seguiva l’ippica. Parigi, Stoccolma, Agnano, New York: sulle piste più prestigiose del mondo Varenne costruì una fama internazionale, diventando il simbolo di un trotto italiano capace di competere ai massimi livelli.

Nato il 19 maggio 1995 a Copparo, nel Ferrarese, presso l’allevamento di Zenzalino, Varenne era figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz. Anche il suo nome sembrava anticipare una vocazione internazionale: Varenne richiamava infatti la rue de Varenne di Parigi, sede dell’ambasciata italiana in Francia. Sarebbe stato proprio a Parigi, pochi anni dopo, che il cavallo avrebbe scritto alcune delle pagine più importanti della propria carriera, conquistando il pubblico francese e trasformandosi definitivamente in un fenomeno mondiale.

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Varenne, il leggendario “Capitano” del trotto italiano, durante gli anni della sua straordinaria carriera internazionale.

Come è iniziata la carriera di Varenne?

La storia del campione comincia, quasi paradossalmente, con una squalifica. Il debutto arriva a Bologna il 4 aprile 1998, ma Varenne rompe di galoppo e viene escluso dalla corsa. Quella che avrebbe potuto essere ricordata come una semplice partenza negativa diventa invece il primo segnale del talento fuori dal comune del giovane cavallo. Costretto a inseguire, Varenne produce infatti una rimonta impressionante e attira l’attenzione di Enzo Giordano, appassionato di ippica e cambiavalute napoletano, che decide di acquistarlo dall’allenatore e driver francese Jean-Pierre Dubois per 150 milioni di vecchie lire.

Da quel momento nasce la storia della Scuderia Dany e prende forma uno dei binomi più celebri del trotto. Al fianco di Varenne arrivano l’allenatore finlandese Jori Turja e il driver romano Giampaolo Minnucci, destinato a diventare una figura inseparabile dall’immagine del “Capitano”. Con Minnucci, fatta eccezione per il debutto e per due parentesi nel 2002 legate alla squalifica del driver, Varenne costruisce una collaborazione destinata a entrare nella storia dell’ippica.

Quando Varenne è diventato davvero il “Capitano”?

La prima grande consacrazione arriva nel 1998, quando Varenne affronta Viking Kronos, dominatore della sua generazione, e conquista il Derby italiano del trotto. Ma è il 1999 l’anno della definitiva esplosione. Il cavallo domina il circuito dei quattro anni e si affaccia sulla scena internazionale al Gran Premio delle Nazioni di San Siro, dove riesce a superare anche la fortissima americana Moni Maker. Il dato finale racconta già qualcosa di straordinario: 14 corse disputate e 14 vittorie.

Nel 2000 il confronto diventa apertamente mondiale. Varenne corre 18 volte e vince 13 corse. Nel suo primo Prix d’Amérique, a Parigi, deve affrontare una partenza contestata e ripetuta per tre volte. Rimane inizialmente nelle retrovie, rimonta fino a portarsi in testa e soltanto nel finale paga lo sforzo, chiudendo al terzo posto. Non arriva ancora il successo nella corsa più prestigiosa, ma la prestazione mostra al mondo che il cavallo italiano può competere con i migliori.

Poche settimane dopo, sulla stessa pista, Varenne batte Général du Pommeau nel Prix Louis Roederer. Seguono il Gran Premio della Lotteria di Agnano e il Gran Premio Giubileo di Roma. La consacrazione definitiva, però, arriva nel 2001.

Perché il 2001 è considerato l’anno irripetibile di Varenne?

Il 2001 è la stagione nella quale Varenne smette di essere semplicemente un campione e diventa un termine di paragone. A gennaio conquista il Prix d’Amérique, a maggio concede il bis nella Lotteria di Agnano e poche settimane più tardi vola a Stoccolma per vincere l’Elitloppet, battendo sul rettilineo finale il beniamino di casa Victory Tilly.

Ma il giro del mondo non è ancora terminato. In estate Varenne attraversa l’Atlantico e arriva negli Stati Uniti per affrontare la Breeders Crown al Meadowlands. Qui domina la prova e stabilisce quello che allora era considerato un record mondiale sul miglio, con 1’09″1 al chilometro. È il momento nel quale la sua dimensione diventa definitivamente globale.

La sequenza è impressionante: Prix d’Amérique, Lotteria, Elitloppet e Breeders Crown nello stesso anno. Secondo le informazioni riportate nel profilo ufficiale del campione, Varenne è stato l’unico trottatore capace di conquistare nella medesima stagione le principali corse del trotto mondiale. E a rendere ancora più particolare il suo dominio era il modo in cui correva: poteva comandare, aspettare, accelerare oppure rimontare. Velocità, resistenza e intelligenza agonistica sembravano convivere in un equilibrio raro.

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Dalle vittorie al Prix d’Amérique fino ai record mondiali: Varenne ha trasformato il trotto in un fenomeno sportivo internazionale.

Cosa ha vinto Varenne nel 2002?

Nel 2002 il “Capitano” ripete il Grand Slam europeo, conquistando nuovamente Prix d’Amérique, Lotteria ed Elitloppet. A quel punto è già considerato il trottatore più ricco e più veloce della storia, mentre la sua popolarità ha ormai superato i confini dell’ippica. Le sue imprese finiscono non soltanto sui giornali sportivi, ma anche sulla stampa generalista, fino alla copertina di SportWeek.

La carriera agonistica si conclude il 28 settembre 2002 a Montréal, nell’ultima tappa della World Cup. Varenne perde quella corsa, ma il trofeo è comunque suo grazie ai risultati ottenuti in precedenza. È una sconfitta quasi marginale davanti a ciò che aveva costruito nei quattro anni precedenti.

Cosa è successo a Varenne dopo il ritiro dalle corse?

Dopo il ritiro comincia una seconda vita. Varenne diventa stallone e il suo nome passa alle generazioni successive. Secondo le informazioni riportate nel profilo ufficiale e nelle biografie dedicate al campione, sono oltre 2.000 i figli attribuiti al “Capitano”. Tra questi figurano vincitori del Derby italiano come Lana del Rio, Nadir Kronos, Olona Ok, Pascià Lest e Testimonial Ok.

È una parte fondamentale della sua eredità: Varenne non ha lasciato soltanto un albo d’oro, ma anche una discendenza che ha continuato a influenzare il trotto italiano e internazionale. Dopo l’allevamento Il Grifone di Vigone, in Piemonte, il campione è passato all’Equicenter Monteleone nel Pavese e successivamente alla tenuta Il Cigno di Villanterio. Nel marzo 2025 è arrivato all’allevamento LJ di Dario De Angelis, a Eboli, dove ha trascorso l’ultimo tratto della sua vita.

Perché la storia di Varenne continua a emozionare?

Varenne non è stato imbattibile. Ha perso 11 delle sue 73 corse. Ed è forse proprio questo a rendere ancora più riconoscibile la sua parabola: una partenza con una squalifica, le rimonte, le sconfitte, i record, le vittorie nei grandi ippodromi del mondo e infine il ritiro.

In quattro anni di carriera agonistica ha costruito qualcosa che va oltre le statistiche. Ha trasformato il trotto in un racconto internazionale e ha portato milioni di persone a conoscere il nome di un cavallo che correva con la personalità di un campione umano. La sua storia è quella di un atleta irripetibile, ma anche di un simbolo italiano riconosciuto ben oltre l’ippodromo. Il “Capitano” lascia la pista, ma non lascia la memoria dello sport.