
Football americano, l’allarme CTE: un giocatore su quattro potrebbe essere a rischio
A pochi giorni dall’inizio della nuova stagione della National Football League, il tema della sicurezza nel football americano torna al centro dell’attenzione con una domanda che riguarda il futuro di centinaia di atleti: quanti giocatori potrebbero sviluppare la CTE, l’Encefalopatia Traumatica Cronica, una malattia neurodegenerativa associata all’esposizione ripetuta a traumi alla testa?
Il New York Times ha rilanciato i risultati di una ricerca pubblicata sul British Medical Journal, riportando un dato destinato a riaccendere il dibattito sul rapporto tra sport professionistico, collisioni e salute del cervello. Secondo lo studio, 215 ex giocatori su 878 esaminati, pari al 24,5%, presentavano segni di CTE al momento dell’esame post-mortem. Un numero che, tradotto in termini più immediati, porta a considerare l’ipotesi di almeno un ex giocatore su quattro coinvolto dalla patologia all’interno del campione analizzato.
Che cosa rivela lo studio sulla CTE negli ex giocatori NFL?
La ricerca prende in considerazione un arco temporale di sei anni, dal 2016 al 2021, e ha analizzato i cervelli disponibili di ex giocatori di football deceduti durante quel periodo. Il campione complessivo comprendeva 878 persone, con un’età estremamente variabile: alcuni avevano appena superato i vent’anni, altri avevano più di ottant’anni, mentre la maggioranza apparteneva alle fasce intermedie. L’elemento centrale emerso dall’analisi è la presenza di alterazioni compatibili con la Chronic Traumatic Encephalopathy, osservate in 215 casi.
Il dato del 24,5% è particolarmente significativo perché arriva in un momento in cui la NFL si prepara a una nuova stagione e riporta al centro della discussione una questione che il mondo dello sport professionistico affronta da anni: quali conseguenze può avere, nel lungo periodo, l’esposizione ripetuta a colpi alla testa?
La CTE è infatti una malattia neurodegenerativa associata a traumi cranici ripetuti, compresi quelli che possono non provocare necessariamente una commozione cerebrale evidente. La patologia è stata oggetto di crescente attenzione scientifica soprattutto negli ultimi vent’anni, anche grazie agli studi condotti sui cervelli di ex atleti dopo la loro morte. È proprio questo aspetto a rendere particolarmente delicata l’interpretazione dei numeri: la CTE può essere identificata con certezza attraverso l’analisi neuropatologica del tessuto cerebrale dopo il decesso, mentre non esiste attualmente un metodo equivalente per formulare una diagnosi definitiva della malattia in una persona vivente.

Perché il 24,5% potrebbe non rappresentare l’intera dimensione del fenomeno?
Il dato del 24,5% deve essere letto anche alla luce di una limitazione fondamentale dello studio. Dei 878 ex giocatori considerati nella ricerca, infatti, 643 cervelli non sono stati sottoposti a esame post-mortem. Questo elemento impedisce di trasformare la percentuale osservata nel campione analizzato in una fotografia certa dell’intera popolazione degli ex giocatori NFL. Allo stesso tempo, proprio l’assenza di una parte così consistente dei campioni rende difficile escludere che la prevalenza effettiva della CTE possa essere superiore a quella rilevata tra i cervelli esaminati.
È una distinzione importante anche dal punto di vista giornalistico, perché parlare di “un giocatore su quattro” non significa affermare che un atleta NFL su quattro sia destinato con certezza a sviluppare la malattia. Lo studio fotografa una prevalenza osservata nei cervelli disponibili per l’analisi, non una previsione individuale sul destino neurologico di ogni giocatore. Il risultato, tuttavia, è abbastanza rilevante da alimentare una domanda più ampia sulla gestione del rischio nel football professionistico, soprattutto considerando la frequenza con cui gli atleti possono essere esposti a collisioni durante allenamenti e partite.
Quanti giocatori NFL potrebbero essere coinvolti secondo questa proporzione?
Il New York Times ha utilizzato il dato della ricerca anche per proporre una proiezione sulla popolazione attualmente impegnata nella NFL. I roster delle 32 franchigie comprendono complessivamente circa 1.696 giocatori. Applicando in maniera puramente teorica la percentuale del 24,5% osservata nello studio, si arriverebbe a una cifra superiore alle 400 persone. A questo gruppo andrebbero inoltre aggiunti, sempre sul piano teorico, gli atleti delle practice squad e quelli temporaneamente fuori dai roster a causa di infortuni, portando il bacino complessivo degli atleti professionisti coinvolti ben oltre quello dei soli giocatori attivi.
Questa proiezione, però, non deve essere interpretata come una stima epidemiologica della CTE tra i giocatori attualmente in attività. Non è possibile dedurre automaticamente che 400 giocatori NFL viventi abbiano la CTE applicando una percentuale ottenuta da un campione di ex atleti deceduti. La vera rilevanza del calcolo è piuttosto quella di mostrare l’ordine di grandezza del problema e di spiegare perché la ricerca sui traumi cerebrali sia diventata una delle questioni più delicate per gli sport caratterizzati da collisioni ripetute.
La CTE riguarda soltanto il football americano?
La risposta è no. Sebbene il football americano sia diventato uno dei principali simboli della discussione sui traumi cranici nello sport, la CTE non è un fenomeno esclusivo della NFL. Segni della malattia sono stati individuati anche nei cervelli di ex atleti appartenenti ad altre discipline caratterizzate da contatto fisico o da possibili impatti ripetuti alla testa, tra cui hockey, rugby e calcio, oltre a sport come wrestling e bob.

Il denominatore comune non è quindi necessariamente lo sport in sé, ma l’esposizione ripetuta a impatti cranici nel corso della carriera. È proprio questa prospettiva ad aver progressivamente modificato il modo in cui il mondo dello sport guarda alle commozioni cerebrali e ai colpi alla testa: non si tratta più soltanto di valutare l’infortunio immediato, ma di interrogarsi anche sulle possibili conseguenze che potrebbero manifestarsi molti anni dopo la fine dell’attività agonistica.
Perché il nuovo studio riapre il dibattito proprio alla vigilia della NFL?
Il tempismo contribuisce inevitabilmente a dare ulteriore risonanza alla ricerca. Con il kickoff della regular season ormai vicino, l’attenzione torna infatti sui rischi che fanno parte strutturalmente del football professionistico e sulle misure adottate per limitarli. La NFL ha investito negli anni nella prevenzione, nei protocolli relativi alle commozioni cerebrali e nella ricerca sulle conseguenze dei traumi, ma la questione resta complessa perché il gioco stesso è costruito intorno a contatti fisici ad alta intensità.
La ricerca sulla CTE introduce così una dimensione temporale diversa: il problema non riguarda soltanto ciò che accade durante una partita, ma ciò che potrebbe accadere al cervello dopo anni di esposizione a determinati traumi.
È questo il punto che rende particolarmente significativo il dibattito rilanciato dal New York Times. Prima ancora di chiedersi quanti giocatori possano sviluppare la malattia, la domanda più ampia riguarda infatti quanto ancora la scienza debba comprendere sui meccanismi che collegano gli impatti ripetuti, l’evoluzione neurologica e gli eventuali disturbi che possono comparire nel corso della vita. Per la NFL e per gli altri sport di contatto, il tema della salute cerebrale è ormai parte integrante del futuro stesso della competizione.