
Cambiamento climatico, tra variabilità naturale ed evidenze scientifiche: cosa sappiamo davvero
Il cambiamento climatico torna al centro del dibattito scientifico e pubblico dopo alcune considerazioni contenute nel volume Cambiamenti climatici. Scenari, sfide, soluzioni, in particolare nel contributo intitolato “Resilienza dei territori tra conoscenza, manutenzione e incertezza”, firmato da Giorgio Giacchetti, Presidente dell’Ordine dei Geologi del Veneto. Il confronto ha coinvolto diverse realtà del mondo della ricerca e della divulgazione scientifica, riportando l’attenzione su una questione fondamentale: come distinguere il legittimo confronto tra ipotesi scientifiche dalla rappresentazione di posizioni che non presentano lo stesso livello di evidenza. La questione assume un peso ulteriore perché il volume è stato destinato anche alle scuole, dove la qualità delle informazioni trasmesse agli studenti contribuisce a costruire gli strumenti con cui le nuove generazioni saranno chiamate a interpretare fenomeni complessi come il riscaldamento globale.
Il clima della Terra è sempre cambiato?
Che il clima terrestre sia caratterizzato da una forte variabilità naturale non è una scoperta recente. Nel corso della sua storia, lunga miliardi di anni, la Terra ha attraversato periodi molto differenti, alternando fasi più fredde e più calde e sperimentando profonde trasformazioni dell’ambiente, degli oceani e dell’atmosfera. A determinare queste variazioni hanno contribuito diversi fattori naturali, tra cui le modificazioni dei parametri orbitali del pianeta, le variazioni dell’attività solare, le grandi eruzioni vulcaniche e i cambiamenti nella circolazione oceanica e atmosferica.
Proprio lo studio di queste trasformazioni costituisce una parte importante della ricerca sul sistema Terra e permette agli scienziati di ricostruire le condizioni climatiche del passato attraverso archivi naturali che conservano informazioni preziose sull’atmosfera e sull’ambiente di epoche lontane. Riconoscere questa variabilità, tuttavia, non significa automaticamente attribuire alle cause naturali il riscaldamento osservato nell’epoca contemporanea. La domanda scientificamente rilevante non è se il clima sia mai cambiato naturalmente, ma quali fattori stiano determinando il cambiamento osservato oggi.
Che cosa distingue il riscaldamento attuale dai cambiamenti del passato?
È proprio il confronto tra la storia climatica della Terra e le osservazioni moderne a consentire di individuare le caratteristiche del cambiamento contemporaneo. Secondo la sintesi delle evidenze scientifiche raccolte dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il riscaldamento globale osservato negli ultimi decenni è attribuibile principalmente alle attività umane, soprattutto alle emissioni di gas a effetto serra. I fattori naturali continuano a influenzare il sistema climatico e non vengono esclusi dall’analisi, ma non sono sufficienti a spiegare l’entità e l’andamento del riscaldamento osservato nell’epoca industriale.

La distinzione è importante perché la scienza climatica non si basa sulla ricerca di una singola causa isolata, bensì sull’insieme delle interazioni che regolano un sistema estremamente complesso. Il quadro emerge dal confronto tra osservazioni, modelli fisici, ricostruzioni del passato e misurazioni indipendenti, creando una base conoscitiva molto più ampia rispetto a una singola serie di dati o a una specifica interpretazione.
Da dove arriva l’aumento dei gas serra nell’atmosfera?
Un elemento particolarmente significativo riguarda l’aumento delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica, metano e protossido di azoto rispetto ai livelli dell’epoca preindustriale. Anche in questo caso, l’attribuzione alle attività umane non deriva da una sola osservazione. Le conclusioni sono sostenute da un insieme di evidenze che comprende le misurazioni dirette dell’atmosfera, le ricostruzioni ottenute attraverso le carote di ghiaccio polari, i bilanci globali delle emissioni e le analisi isotopiche.
Le bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio rappresentano, in particolare, una sorta di archivio naturale dell’atmosfera del passato: analizzandole è possibile ricostruire la composizione dell’aria in epoche precedenti e confrontarla con quella contemporanea. Questo tipo di approccio permette di inserire le variazioni attuali all’interno di una prospettiva temporale molto più ampia e di valutare non soltanto quanto siano cambiate le concentrazioni dei gas serra, ma anche la loro origine.
Perché l’INGV richiama l’importanza del rigore scientifico?
In questo contesto si inserisce la presa di posizione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che ha ritenuto opportuno richiamare alcuni elementi considerati consolidati dalla ricerca scientifica, condividendo l’appello al rigore già espresso dal Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova e dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il punto non riguarda la possibilità di discutere il cambiamento climatico, che appartiene pienamente alla natura stessa della ricerca scientifica, ma il modo in cui vengono presentate le diverse interpretazioni.
Fabio Florindo, Presidente dell’INGV, ha sottolineato che dubbio e confronto sono componenti indispensabili del metodo scientifico, ma che il confronto deve partire dai dati disponibili e rappresentare correttamente il grado di solidità delle diverse ipotesi. In altre parole, la presenza di un dibattito non significa che tutte le spiegazioni abbiano automaticamente lo stesso peso sul piano delle evidenze.
La variabilità naturale può spiegare da sola il riscaldamento globale?
Il richiamo ai cicli naturali della Terra è quindi scientificamente corretto, ma diventa problematico quando viene utilizzato per mettere sullo stesso piano fenomeni che la ricerca considera sostenuti da livelli di evidenza differenti. Chi studia il sistema Terra conosce profondamente la variabilità naturale e le trasformazioni climatiche che hanno accompagnato la storia del pianeta.
Proprio questa conoscenza consente di effettuare confronti più accurati con il presente. Comprendere il passato non significa negare il cambiamento attuale, ma è uno degli strumenti fondamentali per identificarne le cause. La questione centrale diventa quindi quella dell’attribuzione: quali meccanismi possono spiegare le variazioni osservate, quali dati li sostengono e quanto sono coerenti con ciò che sappiamo della fisica dell’atmosfera, degli oceani e dell’intero sistema climatico.
Ridurre le emissioni significa rinunciare all’adattamento?
Il dibattito sul cambiamento climatico presenta inoltre un’altra distinzione essenziale, quella tra mitigazione e adattamento. Ridurre le cause del riscaldamento globale e prepararsi agli effetti dei cambiamenti già in corso non sono strategie incompatibili. Al contrario, rappresentano due dimensioni complementari della risposta al cambiamento climatico. Per l’Italia, dove la particolare conformazione del territorio rende rilevanti diversi fattori di rischio, assumono un ruolo centrale la conoscenza geologica, il monitoraggio, la prevenzione e la gestione del rischio idrogeologico.

La capacità di comprendere la vulnerabilità dei territori e di intervenire prima che gli eventi producano conseguenze gravi costituisce una componente fondamentale delle politiche di adattamento. Allo stesso tempo, la riduzione delle emissioni di gas serra rimane legata alla necessità di intervenire sulle cause del riscaldamento globale. Adattarsi agli effetti e ridurre le cause sono dunque percorsi che devono procedere parallelamente, soprattutto in un Paese esposto a una combinazione di rischi ambientali e climatici.
Perché parlare di cambiamento climatico nelle scuole richiede particolare attenzione?
La dimensione educativa rende il tema ancora più delicato. Insegnare il pensiero critico scientifico non significa proporre agli studenti una conoscenza immutabile o impedire il confronto tra interpretazioni differenti. Significa, al contrario, mostrare come la scienza costruisce le proprie conclusioni, quali siano i margini di incertezza e perché alcune spiegazioni siano sostenute da una quantità di dati maggiore rispetto ad altre.
Un’autentica educazione scientifica dovrebbe quindi insegnare a formulare domande, verificare le fonti, distinguere un’ipotesi da un risultato consolidato e comprendere il significato dell’incertezza senza trasformarla automaticamente in assenza di conoscenza. Sul cambiamento climatico, come su molti altri temi complessi, riconoscere ciò che la ricerca non conosce ancora è importante quanto spiegare ciò che invece è sostenuto da un ampio insieme di evidenze.
Il confronto sul clima resta quindi non soltanto legittimo, ma necessario. È attraverso il confronto tra dati, osservazioni, interpretazioni e nuove ricerche che la conoscenza scientifica continua a evolvere. Ma perché questo confronto sia realmente utile, deve mantenere un punto di partenza comune: le evidenze disponibili e la loro corretta interpretazione. È su questa base che diventa possibile discutere anche delle incertezze, delle strategie di adattamento e delle scelte future senza confondere la complessità del problema con l’assenza di conoscenze scientifiche consolidate.