
Perché il mondo potrebbe essere entrato in una fase demografica mai vista prima?
Per la prima volta nella storia conosciuta della nostra specie, la fecondità mondiale potrebbe essere scesa al di sotto della soglia necessaria a mantenere stabile la popolazione nel lungo periodo. È questa una delle conclusioni più significative contenute nel lavoro Terra Incognita: The Economics of a Shrinking World, firmato dagli economisti Jesús Fernández-Villaverde e Patrick Norrick, che analizza una trasformazione demografica destinata ad avere conseguenze profonde sull’economia, sul mercato del lavoro e sull’organizzazione delle società nei prossimi decenni. Secondo gli autori, non esistono precedenti storici paragonabili a ciò che sta accadendo oggi: neppure guerre, pandemie o altre grandi crisi del passato avrebbero prodotto una diminuzione della fecondità con una portata geografica analoga.
La ricerca prende in esame i dati relativi a 236 Paesi e territori a partire dal 1950, ricostruendo l’evoluzione della fecondità nel corso di oltre sette decenni. Il risultato appare particolarmente netto: in 219 realtà emerge una tendenza discendente e, all’interno del periodo osservato, gli studiosi non individuano segnali sufficientemente chiari di una stabilizzazione generalizzata. Non si tratta quindi semplicemente di un fenomeno circoscritto ad alcune economie occidentali o alle società più ricche e urbanizzate, ma di una dinamica che coinvolge una parte molto ampia del pianeta e che, soprattutto, sta assumendo caratteristiche nuove rispetto alle precedenti transizioni demografiche.
Quali Paesi stanno registrando i livelli di fecondità più bassi?
Alcuni dei dati riportati nello studio aiutano a comprendere la profondità del cambiamento. Nel 2025 la Thailandia avrebbe raggiunto appena 0,87 figli per donna, mentre la Colombia si sarebbe attestata a 1,01, l’Iran a 1,35 e il Brasile a 1,52. Numeri che acquistano un significato ancora maggiore se confrontati con la soglia comunemente associata alla sostituzione generazionale, collocata intorno a 2,1 figli per donna nei Paesi caratterizzati da bassa mortalità. Quando la fecondità rimane per lungo tempo al di sotto di questo livello, ogni generazione tende infatti a essere numericamente più piccola di quella precedente, creando una dinamica demografica che può diventare difficile da invertire.

Uno degli aspetti più sorprendenti evidenziati dai ricercatori riguarda proprio la distribuzione geografica del fenomeno. I livelli di fecondità particolarmente bassi non sono più una prerogativa delle economie ad alto reddito. La ricerca segnala infatti una concentrazione della diminuzione anche nei Paesi a reddito basso e medio e, all’interno delle singole società, tra le donne appartenenti alle fasce con redditi e livelli di istruzione inferiori. È un elemento che mette in discussione alcune interpretazioni tradizionali secondo cui il calo delle nascite sarebbe soprattutto una conseguenza automatica della prosperità economica, dell’istruzione femminile e dell’urbanizzazione.
La popolazione mondiale inizierà a diminuire subito?
Nonostante la rapidità con cui sta diminuendo la fecondità, la popolazione mondiale non è destinata a ridursi immediatamente. Il motivo è legato alla cosiddetta inerzia demografica, un meccanismo per cui la struttura della popolazione continua a produrre crescita anche quando il numero medio di figli per donna è già sceso sensibilmente. Il mondo dispone ancora di una vasta popolazione in età riproduttiva e questo elemento può mantenere positivo il saldo delle nascite per diversi decenni.
Sulla base delle tendenze attuali considerate dagli autori, la popolazione globale potrebbe quindi continuare a crescere per circa 30 anni, arrivando a un possibile massimo vicino ai 9 miliardi di persone intorno al 2056. Solo successivamente inizierebbe una fase di contrazione, inizialmente più lenta e progressivamente più rapida. La questione, dunque, non riguarda soltanto il numero assoluto degli abitanti della Terra, ma soprattutto la velocità con cui cambierà la struttura demografica del pianeta: meno giovani, più anziani e generazioni successive progressivamente meno numerose.
Perché la diminuzione della fecondità è così difficile da spiegare?
È proprio qui che la ricerca apre una delle questioni più interessanti. Le cause della rapidissima diminuzione della fecondità globale non sono ancora completamente comprese, e gli stessi autori sottolineano l’impossibilità di ricondurre un fenomeno tanto esteso a una singola spiegazione. In alcuni Paesi possono avere un ruolo le difficoltà di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, in altri il costo delle abitazioni, l’accesso ai servizi per l’infanzia, la disponibilità di contraccezione o il crescente rinvio della maternità.
Questi fattori, tuttavia, sembrano spiegare soltanto singoli tasselli di un quadro molto più ampio. Il punto centrale è proprio la contemporaneità del fenomeno: società con livelli di sviluppo, culture, sistemi familiari e condizioni economiche molto differenti stanno sperimentando una diminuzione della fecondità nello stesso periodo storico. Questo rende più difficile individuare una causa universale e suggerisce che siano probabilmente in gioco trasformazioni profonde nelle aspettative individuali, nelle condizioni economiche e nelle modalità con cui le nuove generazioni progettano la propria vita familiare.

Cosa potrebbe significare un mondo con meno abitanti?
Una popolazione destinata a stabilizzarsi e successivamente a ridursi non rappresenta necessariamente uno scenario negativo sotto ogni punto di vista, ma comporta cambiamenti economici e sociali di enorme portata. Una minore disponibilità di lavoratori può aumentare la pressione sui sistemi pensionistici e sanitari, modificare il rapporto tra popolazione attiva e anziani e rendere più complessa la sostenibilità di alcuni modelli economici costruiti negli ultimi decenni sulla crescita demografica.
Al tempo stesso, un mondo con una popolazione più stabile potrebbe ridurre alcune pressioni legate alla crescita quantitativa della domanda di risorse, infrastrutture e servizi. Il vero interrogativo non è quindi semplicemente se una popolazione più piccola sia un bene o un male, ma come le società riusciranno ad adattarsi a una realtà nella quale la crescita demografica non potrà più essere considerata un presupposto permanente.
La trasformazione in corso appare dunque molto più profonda di una semplice variazione statistica del numero delle nascite. Se le tendenze individuate nello studio dovessero proseguire, il XXI secolo potrebbe essere ricordato come il periodo nel quale l’umanità è passata da una lunga fase di espansione demografica a una nuova era caratterizzata dalla stabilizzazione e dalla successiva contrazione della popolazione. E, come suggerisce il titolo stesso della ricerca, si tratta di un territorio ancora in gran parte inesplorato: per la prima volta la domanda non sarà soltanto quante persone potrà sostenere il pianeta, ma come funzionerà un mondo nel quale, generazione dopo generazione, le persone saranno sempre meno numerose.