
Le serie TV sono diventate più cupe? I dati raccontano una trasformazione
Per molto tempo abbiamo associato gli anni Ottanta e Novanta a un’immagine televisiva fatta di famiglie imperfette ma unite, commedie, amicizie, piccoli conflitti quotidiani e storie capaci, almeno in parte, di restituire allo spettatore una sensazione di conforto.
È una percezione che appartiene anche alla memoria collettiva, ma che oggi può essere osservata attraverso una lente quantitativa. Un progetto personale realizzato dall’ingegnere e cofondatore di Graphext Victoriano Izquierdo, attraverso l’analisi di quasi 2.000 serie televisive e circa 3.600 film, suggerisce infatti che il tono delle serie più popolari sia cambiato profondamente nel corso degli ultimi decenni.
La trasformazione è particolarmente evidente nella televisione statunitense: secondo i criteri utilizzati nell’esperimento, le produzioni considerate fortemente “feel good” erano vicine al 50% negli anni Novanta, mentre oggi rappresenterebbero meno del 10% del campione. Il dato, naturalmente, non significa che il pubblico contemporaneo sia diventato meno felice o che le persone preferiscano necessariamente storie pessimistiche. Indica piuttosto un cambiamento nel modo in cui la televisione racconta persone, relazioni e società.
Che cosa significa davvero “feel good” quando si parla di una serie TV?
Il progetto nasce da una domanda apparentemente semplice: quanto sono rassicuranti, fiduciose o positive le storie che guardiamo? Per provare a trasformare una percezione in un dato, Izquierdo ha raccolto 1.958 serie, comprese circa 600 produzioni spagnole, e migliaia di film appartenenti a epoche differenti. Le sinossi disponibili su Wikipedia sono state quindi analizzate attraverso modelli di intelligenza artificiale, chiamati a valutare elementi come la presenza di pace, amore, appartenenza, fiducia nelle persone e speranza nella società. Più modelli hanno effettuato valutazioni indipendenti, mentre un ulteriore modello è stato utilizzato come arbitro nei casi di maggiore disaccordo.
Il metodo permette quindi di ottenere una misura comparabile nel tempo, ma non pretende di stabilire quanto una serie sia oggettivamente “bella”, positiva o rassicurante. La scala misura soprattutto il tono narrativo ricavabile dalle descrizioni delle storie. È una distinzione fondamentale, perché una sinossi non può restituire completamente ciò che lo spettatore percepisce davanti allo schermo: recitazione, fotografia, musica, ritmo, comicità, regia e persino il modo in cui una scena viene interpretata possono modificare radicalmente l’esperienza emotiva.

Perché il confronto tra I Simpson, Rick and Morty e le serie contemporanee è significativo?
Alcuni confronti aiutano a comprendere meglio ciò che il progetto sta cercando di misurare. I Simpson, per esempio, raccontano una famiglia profondamente disfunzionale, ma mantengono spesso un nucleo affettivo e una forma di appartenenza che riporta i personaggi l’uno verso l’altro. Produzioni come Rick and Morty o, secondo l’analisi, alcune commedie più recenti fanno invece maggiore ricorso a cinismo, sarcasmo e disincanto. Anche in Spagna emerge una trasformazione analoga nel confronto tra produzioni generazionali differenti, come Compañeros, Física o química ed Élite.
Non significa che la televisione contemporanea abbia eliminato l’ottimismo. Esistono esempi estremamente popolari come Ted Lasso, diventato quasi un simbolo della televisione capace di mettere al centro empatia, amicizia, solidarietà e fiducia negli altri. Il punto è che produzioni di questo tipo sembrano oggi occupare uno spazio relativamente più ristretto all’interno dell’universo delle serie più seguite.
È cambiato anche il pubblico delle serie televisive?
Uno degli elementi più interessanti riguarda la progressiva riduzione delle serie familiari. Secondo i dati elaborati nel progetto, negli anni Ottanta le produzioni familiari rappresentavano circa il 53% delle serie più viste, mentre oggi la quota sarebbe scesa intorno al 7%. È un cambiamento enorme e contribuisce inevitabilmente alla trasformazione del tono complessivo.
Ma la composizione dei generi non spiega tutto. Le serie rivolte prevalentemente a un pubblico adulto, infatti, avrebbero registrato una diminuzione del punteggio medio “feel good” da 5,1 a 3,5 su 10. Secondo la stima di Izquierdo, circa un terzo della diminuzione sarebbe riconducibile al passaggio da animazione e commedia verso azione, thriller e crime. Il resto della differenza rimarrebbe visibile anche confrontando produzioni appartenenti agli stessi generi. In altre parole, non sarebbe cambiato soltanto ciò che guardiamo, ma anche il modo in cui gli stessi generi raccontano il mondo.
Perché il cinema sembra seguire una direzione diversa?
Qui emerge una delle anomalie più interessanti dell’intero progetto. La tendenza verso una televisione più cupa non sembra ripetersi con la stessa intensità nel cinema. Le produzioni cinematografiche statunitensi analizzate mostrano un’evoluzione molto più stabile, mentre il caso spagnolo appare ancora più particolare: le serie televisive spagnole si avvicinano alla traiettoria statunitense, con una riduzione dei valori “feel good”, mentre i film spagnoli sembrano essersi mossi nella direzione opposta, diventando mediamente più speranzosi rispetto agli anni Ottanta e Novanta.
Una possibile spiegazione avanzata da Izquierdo riguarda la crescente dimensione familiare del cinema. La fruizione cinematografica, soprattutto attraverso piattaforme e servizi domestici, potrebbe aver ampliato il peso delle produzioni pensate per essere condivise tra componenti diverse della famiglia. È però un’ipotesi interpretativa, non una relazione causale dimostrata dai dati.
Le serie sono diventate più cupe anche nel modo in cui rappresentano il mondo?
L’esperimento non si è fermato ai protagonisti. In una seconda analisi, Izquierdo ha attribuito un punteggio anche alle società rappresentate nelle storie, lungo un asse che va da mondi distopici a società utopiche. Il risultato segue sostanzialmente la stessa direzione: le serie contemporanee non sembrano soltanto raccontare personaggi meno rassicuranti, ma anche collocarli più frequentemente in ambientazioni percepite come minacciose, instabili o problematiche.
È una differenza importante. Una storia può avere protagonisti positivi all’interno di un mondo difficile, oppure personaggi cinici che vivono in una società relativamente stabile. Il progetto suggerisce che la televisione contemporanea abbia modificato entrambe le dimensioni, aumentando contemporaneamente il senso di conflitto nei personaggi e quello di insicurezza nell’ambiente che li circonda.

Quanto ha influito l’11 settembre sulla trasformazione della televisione?
Tra le spiegazioni possibili compare anche un evento che ha segnato profondamente la cultura occidentale del XXI secolo: gli attentati dell’11 settembre 2001. La ricercatrice Melissa Ames ha studiato quantitativamente la presenza, nelle produzioni televisive del nuovo secolo, di temi come paura, cospirazione, giustizia, minaccia e salvezza, sostenendo che molte serie abbiano contribuito a elaborare culturalmente il trauma e il clima di insicurezza seguito agli attentati.
La ricerca accademica ha individuato tracce di questa sensibilità in produzioni come 24, Lost, Heroes, Fringe e Battlestar Galactica, dove terrorismo, minacce permanenti, complotti e crisi collettive diventano elementi narrativi ricorrenti. Questo non significa che l’11 settembre sia la causa della trasformazione della televisione, ma rappresenta una delle ipotesi culturali utilizzate per interpretare il passaggio verso storie più ansiose e conflittuali.
Possiamo davvero dire che oggi le serie TV ci fanno stare peggio?
Qui è necessario rallentare. Il progetto è interessante, ma non dimostra che negli anni Novanta fossimo più felici, né che oggi il pubblico desideri necessariamente contenuti più oscuri. L’intelligenza artificiale non ha “guardato” le serie: ha analizzato le descrizioni delle loro trame. Mancano quindi elementi essenziali dell’esperienza audiovisiva, dal tono della recitazione alla musica, dall’umorismo alla fotografia.
Esiste inoltre un possibile bias di selezione. Le serie più vecchie vengono individuate anche sulla base della loro popolarità attuale su IMDb: sono quindi produzioni che hanno resistito alla prova del tempo e che continuano a essere ricordate, votate e discusse. Le serie contemporanee, invece, vengono selezionate in un ambiente nel quale la popolarità è legata soprattutto all’attualità. È possibile, quindi, che il campione sovrarappresenti le commedie e le serie familiari del passato, accentuando artificialmente il divario.
Se le serie sono diventate più cupe, significa che il pubblico le preferisce?
Non necessariamente. Ed è probabilmente questo il punto più interessante dell’intera analisi. Le valutazioni di IMDb non mostrano una correlazione evidente tra il carattere “feel good” di una serie e il suo successo presso il pubblico. Breaking Bad, per esempio, rappresenta uno degli estremi opposti nella scala utilizzata da Izquierdo, ma possiede comunque una valutazione IMDb elevatissima.
La televisione potrebbe quindi essere diventata più complessa, più ambigua e più interessata a conflitti morali, traumi, criminalità e fragilità sociali senza che questo significhi che gli spettatori abbiano smesso di apprezzare le storie capaci di trasmettere conforto. La domanda finale, dunque, non è soltanto perché le serie siano cambiate, ma che cosa cerchiamo realmente quando scegliamo una storia da guardare. Per rispondere servirebbe un’indagine diversa, capace di interrogare direttamente gli spettatori e non soltanto di classificare le storie che hanno scelto di guardare. Ed è proprio questa distinzione a rendere il progetto interessante: non dimostra che il passato fosse migliore, ma offre un modo originale per osservare quanto sia cambiato il nostro immaginario televisivo.