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Come può un Computer funzionare usando soltanto DNA, acqua salata e calore?

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Un piccolo impulso di calore, una goccia d’acqua salata e milioni di filamenti di DNA: così un laboratorio irlandese sta sperimentando un nuovo modo di fare calcoli, senza transistor e senza alimentazione continua. 🧬💡

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Un computer fatto di DNA: calcola senza cavi, chip e corrente continua

L’idea di un computer senza cavi, transistor o alimentazione elettrica continua sembra appartenere alla fantascienza, ma nei laboratori dell’Università di Maynooth, in Irlanda, è diventata un esperimento concreto. Un gruppo di ricercatori ha sviluppato un sistema di calcolo molecolare basato sul DNA capace di eseguire operazioni matematiche come somme, sottrazioni e moltiplicazioni sfruttando le interazioni spontanee tra milioni di filamenti molecolari all’interno di una piccola quantità di liquido.

Il principio è radicalmente diverso da quello dei computer tradizionali: invece di affidare l’elaborazione a transistor di silicio che commutano segnali elettrici, il sistema utilizza molecole di DNA come componenti computazionali. A mettere in moto il processo basta un impulso iniziale di calore. Successivamente, mentre la soluzione si raffredda gradualmente, le diverse sequenze di DNA interagiscono, si riconoscono e si assemblano secondo schemi determinati dalle informazioni contenute nelle loro stesse strutture. Il risultato di questa complessa sequenza di interazioni diventa così la risposta al calcolo.

Che cosa succede dentro la piccola goccia utilizzata per il calcolo?

Il cuore dell’esperimento è una combinazione di brevi filamenti di DNA e una struttura molecolare più lunga, utilizzata come una sorta di impalcatura. Tutto viene inserito in una piccola goccia di acqua salata, nella quale le molecole possono muoversi e interagire. Il sistema viene inizialmente riscaldato con un breve impulso, che modifica le condizioni necessarie affinché i filamenti possano iniziare a riconoscersi. Da quel momento entra in gioco un processo di raffreddamento controllato: mentre la temperatura scende, le sequenze complementari tendono ad associarsi e milioni, o potenzialmente miliardi, di molecole partecipano contemporaneamente alla costruzione della risposta.

È proprio questa capacità di autoassemblaggio molecolare a rendere l’esperimento particolarmente interessante. Non esiste un singolo componente che debba eseguire ogni passaggio del calcolo in sequenza. La risposta emerge dall’interazione collettiva di un enorme numero di molecole. La dottoressa Abeer Eshra, professoressa assistente e scienziata computazionale presso l’Hamilton Institute di Maynooth, ha spiegato che una piccola goccia può contenere miliardi e, in alcuni casi, migliaia di miliardi di filamenti di DNA, che interagiscono tra loro fino a produrre un risultato.

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Un sistema di DNA computing utilizza filamenti molecolari e un impulso di calore per avviare un processo di autoassemblaggio capace di produrre una risposta computazionale.

Perché questo computer è così diverso da un normale dispositivo elettronico?

Nei computer convenzionali l’informazione viene rappresentata attraverso stati elettrici e processata mediante miliardi di transistor organizzati all’interno di circuiti estremamente complessi. Nel sistema sviluppato a Maynooth, invece, l’informazione viene codificata attraverso specifiche sequenze di DNA, sfruttando le quattro basi azotate fondamentali della molecola: adenina, citosina, guanina e timina. È una forma di computazione nella quale la materia stessa partecipa all’elaborazione.

La differenza più importante, tuttavia, riguarda il modo in cui viene alimentato il processo. Una volta avviata la reazione attraverso il pulso termico iniziale, il sistema non necessita di un flusso continuo di energia per mantenere in funzione il calcolo. Secondo Damien Woods, professore presso lo stesso istituto, uno degli aspetti centrali del progetto consiste proprio nella capacità del sistema di raggiungere la risposta senza richiedere ingressi energetici continui. Questo non significa che il dispositivo sia completamente privo di consumo energetico: preparazione dei campioni, controllo della temperatura, analisi del risultato e infrastruttura di laboratorio richiedono comunque energia. La novità riguarda soprattutto il meccanismo molecolare attraverso cui il calcolo viene eseguito.

Quanto è veloce un computer basato sul DNA?

È qui che emerge uno dei punti più interessanti, ma anche una delle distinzioni necessarie per interpretare correttamente l’esperimento. Il sistema non è più veloce dei computer elettronici moderni e non nasce per competere direttamente con i processori al silicio nelle attività quotidiane. I ricercatori hanno però ottenuto risultati significativi rispetto ad altri sistemi sperimentali di DNA computing.

Durante i test sono stati eseguiti 10 programmi differenti. Una semplice operazione come 10 + 3 è stata completata in circa 30 secondi, mentre una somma molto più complessa, rappresentata su 100 bit e comprendente numeri fino a circa 34 milioni, ha richiesto approssimativamente 14 ore. Sono tempi enormemente superiori a quelli dell’elettronica convenzionale, ma il confronto diretto rischia di essere fuorviante: l’obiettivo della ricerca è esplorare un paradigma computazionale differente, nel quale densità molecolare, parallelismo e capacità di autoassemblaggio potrebbero diventare più importanti della velocità di un singolo ciclo di calcolo.

Un altro risultato riguarda la possibilità di riutilizzare il sistema. La stessa goccia è stata utilizzata per 25 calcoli consecutivi senza una perdita di prestazioni osservata dagli sperimentatori. Eshra ha sottolineato che la reazione è rapida rispetto ad altri computer basati sul DNA, pur rimanendo molto più lenta rispetto al silicio.

Perché il DNA interessa così tanto alla ricerca informatica?

L’interesse scientifico nasce soprattutto dalle proprietà intrinseche della molecola. Il DNA può conservare una quantità enorme di informazione in uno spazio estremamente ridotto e, a differenza dei supporti elettronici convenzionali, possiede una struttura molecolare capace di essere letta, modificata e replicata attraverso processi biologici. Per questo motivo il DNA computing viene studiato parallelamente al DNA data storage, cioè la possibilità di utilizzare molecole biologiche per archiviare informazioni digitali.

Non si tratta di una strada esplorata soltanto in Irlanda. Anche altri gruppi di ricerca stanno sperimentando forme di elaborazione molecolare. Ricercatori del California Institute of Technology (Caltech), per esempio, hanno realizzato sistemi di rete neurale basati sul DNA capaci di riconoscere cifre scritte a mano attraverso interazioni molecolari in soluzione. Questi esperimenti mostrano come il concetto di computer possa essere esteso ben oltre la tradizionale combinazione di silicio, elettricità e transistor.

La computazione molecolare può davvero ridurre il consumo energetico?

La domanda assume particolare rilevanza mentre l’espansione dell’intelligenza artificiale, del cloud computing e dei grandi centri di elaborazione aumenta la domanda globale di infrastrutture informatiche. In Irlanda, secondo il dato riportato nel materiale di partenza, i data center rappresentano circa il 23% del consumo elettrico nazionale, un dato che aiuta a comprendere perché la ricerca di nuovi paradigmi computazionali abbia assunto un’importanza strategica.

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La computazione molecolare sviluppata a Maynooth esplora un paradigma alternativo al silicio, nel quale le interazioni tra molecole diventano parte integrante del processo di calcolo.

Il DNA computing non rappresenta però, almeno oggi, una soluzione pronta a sostituire i data center tradizionali. La ricerca si trova ancora in una fase sperimentale e deve affrontare problemi di scalabilità, affidabilità, lettura dei risultati, controllo delle reazioni e integrazione con sistemi informatici convenzionali. Il suo interesse risiede piuttosto nella possibilità di progettare computer destinati a compiti specifici, sfruttando caratteristiche che l’elettronica non possiede nello stesso modo.

Quali applicazioni potrebbe avere un computer basato sul DNA?

Il progetto di Maynooth è sostenuto da un finanziamento di 4 milioni di euro del Consiglio europeo per l’innovazione, nell’ambito dell’iniziativa DISCO. L’obiettivo dei ricercatori è esplorare applicazioni nelle quali una struttura molecolare possa offrire vantaggi difficilmente ottenibili con un normale chip elettronico.

Le prospettive più ambiziose riguardano la possibilità di utilizzare il DNA non soltanto per conservare grandi quantità di dati, ma anche per eseguire calcoli direttamente in ambienti biologici. In futuro, sistemi molecolari sufficientemente sofisticati potrebbero essere studiati per operare all’interno dell’organismo e contribuire all’identificazione di alterazioni cellulari. Si tratta tuttavia di una prospettiva di ricerca, non di una tecnologia clinica già disponibile.

La vera portata dell’esperimento, quindi, non sta nel fatto che una goccia d’acqua possa oggi sostituire un computer portatile. Sta nel dimostrare che il calcolo può essere costruito direttamente attraverso l’organizzazione della materia, utilizzando molecole capaci di riconoscersi, reagire e assemblarsi secondo regole precise. È un cambio di prospettiva che porta l’informatica sempre più vicino alla biologia e apre una domanda destinata a diventare centrale nella ricerca dei prossimi anni: se il silicio ha definito l’era dei computer elettronici, quali nuove forme di calcolo potrebbero nascere quando a elaborare l’informazione saranno direttamente le molecole?